Scarpe d'alta moda: il tesoro del Sud e l'export da record

Lunedì 29 Luglio 2019 di Nando Santonastaso
La performance più evidente è made in Salento, Casarano per la precisione, un nome simbolo delle potenzialità del settore calzaturiero del Sud, forte di 600 imprese, quasi tutte terziste per conto di grandi marchi, da Ferragamo a Gucci, a Dolce & Gabbana. È qui che si è registrata nei primi mesi del 2019 l'impennata di export maggiore di tutti gli altri distretti meridionali, dall'alimentare alla meccatronica, quelli almeno che un segno più lo hanno raggiunto o accresciuto: ben il 43,4% di aumento rispetto allo stesso periodo del 2018, in base ai dati del Monitor dei distretti del Sud curato come ogni anno dal Gruppo Intesa Sanpaolo.
 
Naturalmente, il boom, frutto soprattutto del positivo rapporto tra i calzaturifici salentini (un tempo quasi tutti organizzati nell'orbita dello storico marchio Filanto del patron Filograna) e i mercati svizzero e francese, deve essere commisurato al valore complessivo dei fatturati. Il calzaturiero napoletano, ad esempio, che vanta tradizioni ed eccellenze di caratura internazionale, esporta per oltre 50 milioni di euro contro i 19,5 milioni di Casarano anche se rispetto a quest'ultimo ha subìto una preoccupante flessione, misurata in circa il 16% su base annuale.

È la conferma, a prescindere da chi sale e chi scende spesso per effetto di situazioni congiunturali, della sostanziale tenuta di un settore che dall'artigianato alla produzione industriale sembra comunque in grado di reggere la sfida della concorrenza mondiale, nonostante evidenti ritardi in termini di innovazione e di produttività, soprattutto nel Sud.

Lo dimostrano, intanto, i numeri. L'Italia, con 4.708 calzaturifici, è il primo Paese produttore europeo di calzature e la Campania rappresenta una delle nove regioni europee con il maggior numero di dipendenti nella produzione di calzature e prodotti in pelle. La regione, con 390 calzaturifici e produttori di calzature a mano e su misura, è la quarta sul territorio nazionale per numero di aziende e quinta per numero di addetti, pari a 6.461 nel 2017, secondo le rilevazioni Infocamere-Movimprese, elaborate dal Centro Studi di Confindustria Moda. Le aziende campane salgono a 1.543 se si considerano anche i produttori di parti di calzature. Insomma, al netto della pur estesa dimensione delle contraffazioni e del lavoro nero o sommerso, e dei problemi irrisolti ancora sul piano dell'internazionalizzazione, le scarpe made anche in Sud fanno sempre la loro parte. Non è un caso che il neopresidente delle aziende calzaturiere associate in Confindustria Moda, il padovano Siro Badon, ha messo in testa alle priorità del suo mandato quadriennale la certificazione d'origine dei prodotti oltre che l'obbligatorietà del made in. Priorità, come si intuisce, a dir poco urgenti se si considera che appena lo scorso anno era stata segnalata da Assocalzaturifici, la più rappresentativa delle Associazioni di categoria, una frenata tendenziale della produzione pari al 5% in volume. E, quel che più preoccupa, un saldo negativo dei consumi interni, del numero di imprese attive (meno 81) e degli addetti (meno 598).

Numeri che si riflettono più di quanto può apparire a prima vista sui volumi di vendita all'estero. Perché le scarpe italiane arrivano sempre dovunque, a parte la Russia (dove il volume delle esportazioni è crollato nel 2018 dell'11,5%): per restare sui numeri, nei soli primi 8 mesi del 2018 se ne erano vendute 143,6 milioni di paia con un valore di poco inferiore ai 6,5 miliardi di euro. In pratica, sette scarpe su dieci volano fuori dal nostro Paese. Ma tutti gli addetti al settore sanno bene che cullarsi sugli allori è a dir poco pericoloso e che i segnali di indebolimento dei volumi non vanno sottovalutati affatto.

Digitalizzazione e sostenibilità diventano dunque scelte decisive, come è stato peraltro dimostrato proprio a Napoli in occasione del recente World footwear congress organizzato per la prima volta in Italia. La chiave di volta, si è detto, è il mix tra l'artigianalità italiana e gli elementi non convenzionali di innovazione che anche in questo comparto ormai sono diffusissimi: si tratta, in sostanza, di evitare o bilanciare le oscillazioni di mercato dalle quali dipendono le sorti di un numero ancora troppo grande di imprese, specie di piccole dimensioni. Un problema che al Sud ha un peso maggiore specie se per essere trasparenti le pmi devono rinunciare alle lusinghe dei mercati paralleli gestiti dalla criminalità organizzata, il cui business per il solo settore del calzaturiero vale centinaia di milioni. Ultimo aggiornamento: 13:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA