Sud, piomba l'incubo recessione:
«Adesso fermate l'autonomia»

Venerdì 2 Agosto 2019 di Nando Santonastaso

Riecco il divario, ammesso che fosse mai andato via anche nella breve stagione della ripresina. Arretra e di brutto il Mezzogiorno e le previsioni per l'anno in corso e il 2020 appaiono a dir poco deprimenti. Impietosi i dati illustrati ieri da Luca Bianchi, direttore della Svimez in occasione delle anticipazioni del Rapporto 2019 che l'Associazione presieduta da Adriano Giannola renderà pubblico in autunno. Ma quel che è peggio è che l'aria di recessione che si respira nel Meridione, come la Svimez documenta, si inserisce nella stagnazione economica dell'intero Paese certificata proprio l'altro giorno dall'Istat. Con la conseguenza che i divari raddoppiano: non solo il Sud verso il Nord ma anche l'Italia verso l'Europa.

 

LA DIPENDENZA
«Se consideriamo che il tasso di dipendenza economica del Mezzogiorno ha toccato i 160 punti, ovvero chi lavora al Sud non è più in grado di mantenere chi non è in età da lavoro, gli under 15 e gli over 65 cioè, vuol dire che la situazione economica sociale qui è esplosiva», spiega Giannola. E aggiunge: «Altro che regionalismo differenziato, altro che speranza delle Regioni ricche di diventare quasi contoterziste della Germania: la crisi è strutturale e va affrontata in questa chiave. Umbria e Marche, che avevano una loro identità produttiva e sociale, stanno per essere risucchiate dall'area debole delle regioni meridionali. E anche i numeri della Toscana mostrano una tendenza simile».

Il paradosso è evidente: il Mezzogiorno, che con scelte forti e sostenute potrebbe da solo garantire una prospettiva di sviluppo duratura all'Italia, rischia di restare al palo anche quando il sistema Paese mostra pericolosi segnali di cedimento. Un assurdo economico e sociale a tutti gli effetti. Ma il pessimismo non c'entra perché è la realtà dei numeri e degli aggiornamenti statistici a fare presa. Il Pil 2019 finirà in territorio negativo, dice la Svimez, con un meno 0,3% che è frutto del perdurante calo della domanda interna, dell'insufficienza degli investimenti pubblici, della brutta qualità dell'occupazione.
DECRETO DIGNITÀ
Al Sud neanche il decreto dignità ha sfondato, come si temeva: nessuna impennata dei contratti a tempo pieno, tengono invece i rapporti a tempo determinato, il lato precario insomma. Esplode al contrario la cassa integrazione e si rivede in forme preoccupanti anche il part time involontario.
E cosa succederebbe se, malauguratamente, il governo non riuscisse a disinnescare la clausola di salvaguardia e dovesse prevedere l'aumento dell'Iva a partire dal 2020? La risposta della Svimez è raggelante: l'impatto negativo sulla crescita del Sud sarebbe di almeno lo 0,4%, tale cioè da annullare del tutto il beneficio prodotto sempre a partire dall'anno prossimo dal Reddito di cittadinanza che lo studio calcola nello 0,3%. Ecco perché la Svimez parla di ultima chiamata, rilanciando l'esigenza di un piano di investimenti per le infrastrutture economiche e sociali. Il guaio è che la parola investimenti continua ad essere una sorta di aspirazione a futura memoria: perché nel 2018, sempre in base ai dati Svimez, sono stati investiti in opere pubbliche nel Sud solo 102 euro pro capite rispetto ai 278 euro del Centronord.
IL 1970
Qualcuno forse non ci crederà ma nell'ormai lontanissimo 1970, quando l'attenzione verso il Mezzogiorno e le sue opportunità di sviluppo era sicuramente centrale per il Paese, il rapporto con parametro euro era di 677 euro per il Sud contro 452 euro per il resto della penisola.
Tempi irrimediabilmente andati. Oggi il Mezzogiorno che non ha lavoro non è attrattivo nemmeno per i migranti: il saldo tra i cervelli in fuga (2 milioni negli ultimi 15 anni, 132 mila nel solo 2017) e gli immigrati arrivati è negativo per circa 60mila unità. E la desertificazione dei Comuni al di sotto dei 5mila abitanti è emblematica: 250mila abitanti in meno.
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Ultimo aggiornamento: 12:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA