Biden, la forza “normale” batte la smania di straordinarietà

Domenica 8 Novembre 2020 di Marina Valensise

Per quanto ancora da certificare, e tuttora al centro dello stress test da parte del presidente Trump, il risultato delle presidenziali sembra chiaro.
Gli elettori hanno votato e hanno scelto a maggioranza di puntare sull’ordinario, tornare alla normalità e dare di nuovo corso alla dimensione più prosaica e banale della politica. Dopo aver sperimentato quattro anni di stravaganza travestita da straordinarietà, dunque è il ritorno all’ordinario ad apparire straordinario. La presidenza eccentrica dell’outsider miliardario, costellata di eccessi, gradassate e intemperanze, cede il passo alla normalità; lo scontro permanente scompare dietro l’appello alla moderazione e al confronto civile. Con la sconfitta del tycoon alla testa di un impero immobiliare del lusso che è riuscito ad accreditarsi come paladino del popolo ignorato dalle élite, come fautore del riscatto dei ceti medi schiacciati dalla globalizzazione, dando luogo a un’informalità tanto spinta da risultare capricciosa, e a volte persino inconcludente, è il ritorno alla normalità a risultare eccezionale, è l’omaggio alla Costituzione a risultare rivoluzionario, è la tradizione a segnare l’innovazione.

Per cogliere la svolta e immaginarne la portata basta citare i due discorsi tenuti in questi giorni da Joe Biden. Il politico di lungo corso che trent’anni fa fu il più giovane degli eletti al Senato e che oggi, a quasi 78 anni, si ritrova ad essere il più vecchio, oltreché il più votato (74 milioni di voti), dei presidenti americani, ha usato poche ma sentite parole per definire il senso del suo mandato. Nel primo discorso, pronunciato la sera dopo il voto, mentre da tutto il mondo si seguivano i conteggi in diretta tv, l’ex vicepresidente ha offerto una “job description” del suo nuovo incarico: «Lo scopo della nostra politica non è uno stato di guerra totale, permanente e infinito, no, lo scopo della nostra politica non è di attizzare i conflitti, ma di risolvere i problemi, garantire la giustizia, dare a tutti la possibilità di migliorare la propria vita. Possiamo essere oppositori, ma non siamo nemici. Siamo americani. Lasciamoci dietro le spalle la rabbia e la demonizzazione…». «That is the job», ha concluso Biden. 

Vittorioso nella magnanimità, commentavano sostenitori e avversari. Tre giorni dopo, conquistati i venti seggi della Pennsylvania necessari per superare la soglia dei 270 elettori e arrivare alla Casa Bianca, mentre Trump si ostinava a non riconoscere la vittoria del candidato democratico, il presidente eletto Biden ha reiterato la sua prodezza oratoria con un altro discorso di grande semplicità e moderazione. Senza mai nominare Trump, tranne quando ha espresso comprensione per la delusione di chi l’aveva votato, ne ha offerto un ritratto al contrario, proponendosi come il presidente di tutti, determinato a unire la nazione, a guidarla con compassione, civiltà e carattere, per ricostruirne la colonna vertebrale, e cioè le classi medie, e guarirne l’animo. 

Anche sabato sera, dunque, Biden ha insistito sulla moderazione, invitando ad abbassare i toni, a rinunciare agli impulsi più oscuri, a lasciare l’era feroce della demonizzazione per tornare all’ascolto, al rispetto degli avversari, alla cooperazione. «Dobbiamo smetterla di trattare i nostri oppositori da nemici. Non siamo nemici, siamo americani», ha insistito Biden, per concludere sul modo della compassione dedicando alle famiglie delle 230 mila vittime della pandemia un famoso inno religioso che si canta nelle chiese cattoliche.

Cattolico praticante, ferito dalla vita sin da giovane, quando perse in un incidente d’auto moglie e figlia, sia da vecchio, quando ha visto morire il figlio Beau per un tumore al cervello. Joe Biden dunque si è proposto come l’uomo comune e però capace di nobiltà, pronto a unire insieme la speranza e la storia, come il Filottete di Sofocle, secondo la versione dell’irlandese Seamus Heaney: «La storia dice non sperare/ da questa parte della fossa./ Ma, una volta nella vita,/ può levarsi l’agognata/ onda anomala della giustizia/ e speranza e storia possono fare rima». 
Si capisce perciò la commozione generale suscitata dalla sua elezione e dal suo discorso, e persino le lacrime in diretta alla Cnn dell’ex consigliere di Obama, Van Jones, che ha spiegato: «Da oggi è più facile essere un padre, dire ai tuoi figli che la verità conta, che essere una persona per bene è conta». Resta da vedere se tanta sapienza, tanta retorica e tanta commozione serviranno a riconquistare il consenso della metà dell’elettorato americano che si sente tradita.

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