Saman e le altre: «Noi che abbiamo detto no alle nozze combinate. La notte sogno ancora che mi portino via»

Venerdì 4 Giugno 2021 di Valeria Arnaldi
Saman e le altre: «Noi che abbiamo detto no alle nozze combinate. La notte sogno ancora che mi portino via»

Ragazze apparentemente come tante, che, improvvisamente costrette a matrimoni combinati, si ribellano e, spesso, scompaiono nel nulla. Il caso di Saman Abbas, diciottenne pachistana sparita ormai da un mese da Novellara e secondo gli investigatori uccisa per aver rifiutato le nozze forzate, accende dolorosamente i riflettori sul fenomeno dei matrimoni combinati, che tocca pure l'Italia.
Fortunatamente, alcune storie hanno un lieto fine. «Avevo sedici anni, frequentavo il primo anno di scuola superiore e avevo un fidanzatino, Andrea - racconta Amani El Nasif, 31 anni, nata in Siria ma residente a Bassano del Grappa dall'età di tre anni, cittadina italiana dal 2016 - un giorno mia madre ha detto che dovevamo tornare in Siria per un errore nel passaporto: il mio cognome era scritto male Al Nasif invece di El Nasif. Per una lettera, tutta la mia vita è cambiata».

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«PICCHIATA PIÙ VOLTE»
Amani è partita felice. «Per me la Siria era quella delle storie da Mille e una notte. All'inizio ero affascinata dai paesaggi. Appena arrivata nel villaggio rurale di mio padre, mi hanno dato più vestiti da indossare uno sopra all'altro. Li ho messi. Anche il velo. Pensavo fosse giusto rispettare una cultura diversa dalla mia. Poi le cose sono cambiate».
Un giorno, ha sentito gli zii parlare di un matrimonio: il suo con il cugino. «Non ci credevo. Mia madre era rassegnata. Era stata lei a portarmi lì, pensando di garantirmi una vita più sicura della sua, abbandonata con sei figli, dal marito, in terra straniera. Ho chiamato Andrea, piangendo. Poi ho sentito uno schiaffo. Mio zio mi aveva scoperta. È stata la prima volta che sono stata picchiata».
Non l'ultima. Amani è rimasta 399 giorni in Siria. «Per le percosse, sono finita in ospedale, ma solo quando era questione di vita o di morte. Mio cugino non accettava che non lo volessi sposare. Ogni volta che mi trovava da sola, mi picchiava. A casa di mia cugina, mi ha calpestata, letteralmente. Sono arrivata a tentare il suicidio. La mamma del mio fidanzato ha mandato anche dei soldi a mio padre, che ha promesso di rimandarmi in Italia, ma poi non lo ha fatto. Alla fine mi ha aiutato un cugino paterno. Ha convinto mio padre a trasferirsi in Italia, lui aveva bisogno di mia madre per il ricongiungimento familiare e lei ha imposto che partissi anche io».
Compiuti 18 anni, Amani si è lasciata la famiglia alle spalle ed è andata a vivere con il fidanzato. Dopo due anni, la storia è finita. Qualche anno fa, si è raccontata in un libro, con Cristina Obber, Siria mon amour (Piemme). Oggi, è mamma di Vittoria, 8 anni. «La relazione è finita perché Andrea temeva sempre che mi potessero portare via. Era una situazione insostenibile. Ciò che mi è accaduto ci ha cambiato entrambi. Ancora oggi sento di non aver metabolizzato ciò che è successo. Mi sembra avvenuto ieri. A volte, la notte sogno di essere portata via».


DIECI ANNI DI VIOLENZE
Amani El Nasif non è l'unica ad essersi salvata. Manema, 35 anni, fuggita dall'Africa nel 2016 per evitare un matrimonio combinato, tramite Oxfam Italia ha trovato rifugio ad Arezzo. Latifa, marocchina classe 1981, è stata promessa sposa a otto anni a un amico del fratello, è giunta in Italia a 24 e qui ha incontrato per la prima volta il marito. Dopo dieci anni di violenze, ha trovato la forza per ribellarsi e crearsi una nuova vita a Noli. A Palermo, Le Onde onlus, al matrimonio combinato in Italia ha dedicato il report Matrifor, raccogliendo anche storie e punti di vista.
Sopna, del Bangladesh, a proposito delle nozze forzate, commenta: «È una nostra cultura. Quando io dico di no allora mia madre dice: per me è stato così, per mia madre è stato così e sarà così pure per te. Se una dice di no o si rifiuta tutta la vita è rovinata. Però alcune volte viene bene e altre viene male». Nandhini, nata nel 2003 a Kalavai, in India, grazie all'intervento di Terres des Hommes, ha evitato un matrimonio combinato, ad appena 14 anni. Nel 2019, ha raccontato la sua storia in Italia.
Dopo la morte della madre, è stata accolta con le sorelle dalla zia. «Mia zia decide di darmi in sposa a un uomo che ha il doppio dei miei anni, io 14, lui 28, supplico, piango, niente. La zia risponde che non riesce più a mantenermi, le amiche mi dicono che non abbiamo scelta». Nandhini, però, il giorno prima delle nozze, trova il coraggio di alzare il telefono e chiamare Childline 1098, numero verde per denunciare abusi sui minori attivato da Terre des Hommes in Tamil Nadu. Le rispondono che andranno a salvarla. Così è stato.

Ultimo aggiornamento: 5 Giugno, 10:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA