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Taiwan, il generale Luigi Chiapperini: «La Cina fa esercitazioni come aveva fatto la Russia prima di invadere l'Ucraina»

Una nuova crisi all’orizzonte: «Va evidenziato come in mare ci siano tutti gli elementi idonei a lanciare le cosiddette fasi di pre-assalto e assalto alle coste di Taiwan»

Giovedì 4 Agosto 2022 di Ebe Pierini
Taiwan, il generale Luigi Chiapperini: «La Cina fa esercitazioni come aveva fatto la Russia prima di invadare l'Ucraina»

La Cina ha avviato esercitazioni militari intorno a Taiwan lanciano anche missili balistici in risposta alla visita di Nancy Pelosi sull’isola. L’esercito di Taipei ha attivato i sistemi di difesa e rafforzato la prontezza al combattimento. Un altro fronte caldo. Una nuova crisi all’orizzonte dopo quella apertasi a febbraio in Ucraina. Il generale dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO su base Brigata Garibaldi in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e autore del libro Il Conflitto in Ucraina (Francesco D’Amato Editore 2022) analizza la sitazione.

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Le manovre militari cinesi intorno a Taiwan sono solo una provocazione o la Cina potrebbe decidere di intervenire realmente?

«Le manovre di questi giorni, in risposta alla visita della speaker del Congresso USA Nancy Pelosi, possono essere valutate con la stessa prospettiva rispetto a quanto avvenuto in Ucraina lo scorso febbraio. Normalmente i prodromi di un conflitto sono ben riconoscibili e consentono in un tempo più o meno lungo di adeguare alla minaccia il numero e i tempi di reazione delle proprie unità di difesa. Come però nel caso dell'invasione in Ucraina, si è assistito all'attuazione di un vero e proprio “piano di inganno”, con decine di migliaia di soldati russi che sono passati dal condurre esercitazioni aventi teoricamente solo scopi addestrativi, come normalmente ce se sono in tutto il mondo in tempo di pace, a un attacco ad ampio respiro come non si vedeva in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Analogamente in questi giorni stiamo assistendo a grandi esercitazioni militari organizzate intorno e sopra Taiwan, con massiccio utilizzo di navi, missili, aerei e con reparti anfibi imbarcati. I cinesi hanno dichiarato ben sette aree marittime off-limits a navigazione e sorvolo. Alcune di queste aree sconfinano nelle acque territoriali di Taiwan, oltre che nella zona economica esclusiva del Giappone».

«Quindi tornando alla domanda se sono solo una provocazione o se la Cina potrebbe intervenire realmente, non possiamo dirlo al momento ma va evidenziato come in mare ci sono tutti gli elementi idonei a lanciare le cosiddette fasi di pre-assalto e assalto alle coste di Taiwan. Peraltro, la sola presenza di dette componenti non presuppone la certezza di un attacco».

«Potrebbe infatti trattarsi solamente di una risposta all’atteggiamento statunitense con un monito a non interferire in quelli che vengono considerati affari interni. Nel caso in cui volessero invece realmente condurre una operazione anfibia, circostanza che non può essere esclusa a priori anche se è da considerarsi un vero e proprio azzardo, i cinesi prevederebbero in primo scaglione, come ondata di assalto alle coste, l’impiego di reparti anfibi (come i lagunari del Serenissima dell’Esercito Italiano e i marò del San Marco della Marina Militare, per intenderci, ma molto più numerosi) mentre per le successive azioni in territorio avversario per l’attacco agli obiettivi in profondità impiegherebbero unità più pesanti, anch’esse imbarcate, dell’esercito popolare cinese».

«È proprio questo il punto debole delle forze cinesi: non sarebbero al momento in grado di lanciare operazioni anfibie in grande stile in quanto non sarebbero disponibili sufficienti unità navali e aeromobili per il trasporto e la proiezione nei tempi previsti di tutte le unità di manovra, di supporto al combattimento e di sostegno logistico necessarie. Le navi e gli aeromobili che sbarcherebbero i primi scaglioni dovrebbero tornare in Cina navigando e volando per più di complessive 500 miglia nautiche per imbarcare gli scaglioni successivi. A quel punto USA e alleati, in primis il Giappone e l’Australia, potrebbero impedirglielo con la forza».

 

Pensa che dopo l'Ucraina si rischi l'apertura di un nuovo fronte?

«Lo ritengo poco probabile anche se i motivi di preoccupazione ci sono. Il presidente Xi Jinping dovrà affrontare a breve il congresso del Partito comunista che potrebbe portare anche all’aumento dei suoi poteri. Pertanto non può giungervi, dopo un periodo difficile dovuto anche alla sua scelta molto criticata della politica dello “zero-covid”, ancora più debole dimostrando irrisolutezza nei confronti di quello che è e sarà il vero competitore globale, cioè gli USA. La “One China Policy”, cioè Taiwan ricondotta entro i confini cinesi, deve essere perseguita a tutti i costi». 

«Taiwan d’altro canto continua a urlare al mondo quanto pericolosa sia questa Cina che è stata indubbiamente la causa del fallimento a Hong Kong della formula “uno Stato due sistemi”, che avrebbe dovuto garantire rispetto delle libertà democratiche e attenzione ai diritti civili e che invece si è rivelata dopo solo 25 anni un incubo per chi ci sperava».

«Gli USA infine considerano Taiwan importante non solo dal punto di vista geostrategico, ma anche politico e simbolico. Se in Ucraina hanno potuto supportare lo sforzo difensivo in maniera indiretta, qui potrebbero invece intervenire con tutta la loro potenza militare. Peraltro, sembra che Biden stia contemporaneamente cercando la sponda cinese per convincere la Russia a fermare il suo attacco all’Ucraina. Insomma, per molti attori sussistono sia le giustificazioni che le motivazioni affinché quello che è attualmente un confronto essenzialmente diplomatico possa trasformarsi in un conflitto armato vero e proprio. Speriamo di no».

In quel caso quali schieramenti andrebbero definendosi?

«La Cina, che non è ancora da considerare un gigante militare, probabilmente avrebbe la Corea del Nord dalla sua parte. Il ruolo di Kim Jong-un potrebbe essere quello di fissare il Giappone, cioè di vincolare il Paese del Sol levante che sotto la pressione nord coreana non avrebbe la capacità di supportare anche lo sforzo difensivo di Taipei». 

«Dall’altra parte Taiwan cercherebbe il sostegno, oltre che del Giappone, della recente alleanza dell’AUKUS, cioè di Australia, Gran Bretagna e USA. Il ruolo dell’India e degli altri paesi più o meno importanti dell’Indo-Pacifico sarebbe da valutare sulla base delle mosse e delle promesse degli attori principali. Anche qui speriamo che non accada nulla di così tragico poiché potrebbero entrare in gioco gli arsenali nucleari di troppe nazioni».  

Alcuni missili sarebbero finiti nella zona economica esclusiva del Giappone. Questo può creare ulteriori attriti?

«Chiaramente sì, anche se il Giappone è abituato alle provocazioni anche della Corea del Nord che periodicamente non manca di far sorvolare missili balistici sulle sue acque territoriali. Questo non fa che acuire le distanze tra il binomio Cina - Nord Corea e quello Taiwan – Giappone, con AUKUS pronta a dar man forte a quest’ultimo. Come noto, sinora gli USA subordinano il ricongiungimento di Taiwan alla Cina al fatto che avvenga pacificamente e hanno più volte dichiarato che se ciò non avvenisse interverrebbero militarmente con il Giappone a difesa di Taipei».

La UE ha condannato la scelta cinese di effettuare questa esercitazione. Come pensa che si potrebbe presentare l'UE in caso di un aggravarsi della crisi nell'area?

«L’UE non ha al momento una politica estera e di difesa veramente comune e pertanto sarebbe arduo pensare ad un suo ruolo attivo se non di mediazione e di “moral suasion”. Nel documento approvato lo scorso marzo, lo Strategic Compass (la “Bussola strategica”), l’Unione Europea  intende rafforzare la cooperazione con i partner strategici quali la NATO, l'ONU e i partner regionali, tra cui l'ASEAN  (Association of South-East Asian Nations - Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) di cui, tra l’altro, Taiwan non fa parte. Inoltre intende sviluppare partenariati bilaterali con paesi che la pensano allo stesso modo e partner strategici, come, tra gli altri, Stati Uniti e Giappone. Infine, intende sviluppare partenariati su misura anche nell’Oriente meridionale e in Asia. Come tutto questo potrà portare ad una politica chiara anche nei confronti di Taiwan è troppo presto per dirlo».

Quale potrebbe essere il ruolo della Nato?

«Nel suo ultimo Concetto Strategico, la NATO si ritiene “capace di adattarsi ai tempi che cambiano”, adottando un approccio globale. È in questo quadro che rientra la Cina, mai nominata finora in un concetto strategico ma che ora è diventata una vera e propria “sfida” affiancata alla “minaccia” principale che, dopo i fatti in Ucraina, è la Russia. Peraltro la NATO nell’Indo-Pacifico opererebbe al di fuori della propria area di competenza anche se quella rimane comunque un’area di forte interesse proprio per il ruolo sempre più globale che sta assumendo la Cina. Insomma, non vedo un coinvolgimento diretto della NATO nel breve termine, ma in prospettiva qualcosa potrebbe cambiare. Quella di Taiwan è in sintesi una situazione da seguire con molta attenzione perché se dovesse evolversi negativamente potrebbe portare conseguenze ancora più gravi di quelle che stiamo vivendo a causa del conflitto in Ucraina».

Ultimo aggiornamento: 6 Agosto, 08:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA