Manuel Grimaldi: «Napoli, non ti lascio: il mio cuore è qui»

Venerdì 15 Ottobre 2021 di Maria Chiara Aulisio
Manuel Grimaldi: «Napoli, non ti lascio: il mio cuore è qui»

Il ricordo degli anni trascorsi alla Nunziatella, benché lontani, è fresco come se fosse ieri. Scarpe lucidissime, capelli in ordine e divisa perfetta, l'allievo Manuel Grimaldi apparteneva alla categoria di quelli bravi ma indisciplinati. Rendimento scolastico eccellente, ottimo sportivo, intelligenza vivace, scaltrezza e intraprendenza, ma poca voglia di sottostare a regole militari che gli apparivano a tratti insopportabili. 

Definisca la Napoli della sua adolescenza.
«Splendida e indimenticabile».

Nonostante la vita alla Nunziatella?
«È stata dura: la scuola militare non è una passeggiata ma non posso scordare i suoi insegnamenti e i tanti momenti - ugualmente divertenti e spensierati - che ho vissuto in quegli anni».

Ne racconti uno.
«Le fughe notturne».

Da Pizzofalcone?
«Eh sì. Dopo l'ultima ronda mi cambiavo d'abito e raggiungevo i miei amici a piazza del Plebiscito, quasi sempre finiva a pizza da Brandi. Qualche volta ci scappava pure un giro in moto».

Non l'hanno mai scoperta?
«Come no. Eppure facevo grande attenzione. Non so perché era come se lo tenessi scritto in fronte: studente della Nunziatella in fuga per una sera».

Così la acchiappavano.
«L'ultima volta fu la peggiore. Il colonnello telefonò a mia madre sdegnato: Signora, non solo è scappato ma si è fatto prendere pure dai carabinieri».

Che smacco, meno male che negli studi era bravo.
«All'esame di maturità scientifica, nella classifica dei migliori della scuola, mi piazzai al secondo posto. Giovanni Nistri era insuperabile, un vero talento».

Il generale?
«Proprio lui, compagno di classe. Nell'aula accanto invece c'era Vittorio Tomasone, altro carabiniere encomiabile: siamo ancora molto amici».

Torniamo alla sua Napoli.
«Avrei potuto vivere ovunque, invece ho scelto di rimanere qui. Sono stato molti anni a Londra, lavoravo nei nostri uffici oltremanica. Quando ho dovuto decidere dove far crescere i miei figli li ho riportati a Napoli».

Se n'è mai pentito?
«Mai. Nonostante i mille problemi che vive - innegabili e sotto gli occhi di tutti - resta una delle città più belle al mondo e io ci sto benissimo. Anzi, faccio di tutto per mettere in mostra il suo lato migliore».

In che modo?
«Nella narrativa internazionale la percezione di questa città è quella di Benvenuti al Sud, ricordate il film con Bisio e Siani? Stessi pregiudizi stereotipati».

Indimenticabile la scena in cui Bisio, leghista in trasferta, affronta i terroni indossando, sotto la giacca, il giubbotto antiproiettile.
«Almeno quello è un film, ironia amara ma pur sempre una rappresentazione. Vi assicuro, invece, che qualche tempo fa, neanche troppo lontano, un gruppo di dirigenti finlandesi in visita a Napoli pensava di andare in giro indossando lo stesso giubbotto come se fossero atterrati nel Far West. Roba da non credere».

Davvero incredibile.
«D'altronde quando sono arrivato io, a bordo delle navi da crociera si vendeva solo Gomorra. È chiaro che il turista pronto a sbarcare, dopo aver letto il libro di Saviano, qualche problema se lo poneva. Oggi, invece, sugli scaffali delle navi Grimaldi trovano cravatte di Cappelli, Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Limoncello. Basta farci del male da soli».

Insomma, Napoli a ogni costo.
«Nemmeno quando rapirono mio fratello pensai di abbandonarla. Eppure ne avrei avuto qualche ragione».

Quanti anni sono passati?
«Era il 1981».

Che ricordi ha di quel periodo?
«Devastanti. Tra l'altro fui proprio io a portare avanti la negoziazione: i miei genitori erano annientati dal dolore».

Quanto è durato il sequestro?
«Nove mesi. Nove mesi di inferno. Benché avessimo fatto subito un pagamento, i rapitori sparirono improvvisamente: non si fecero più sentire per settimane. Poi sapemmo che lo avevano pure venduto a un'altra banda».

Come fu trattato suo fratello?
«Non bene, ma per fortuna quell'esperienza non gli ha lasciato alcun segno come invece è accaduto ad altri rapiti: Gianluca non ha mai avuto bisogno neanche dello psicologo. Dice sempre che il giorno della liberazione rappresenta quello in cui è nato la seconda volta».

C'è da credergli.
«Per ragioni diverse anche io ho il mio giorno della rinascita».

Qual è?
«Il 17 settembre, quando sono stato dimesso dall'ospedale Cotugno dopo 17 giorni vissuti in rianimazione».

Covid ovviamente.
«Sono arrivato lì alle tre di notte, non respiravo più. E dire che, solo qualche giorno prima, avevo partecipato alla cerimonia di consegna di una Tac che, con la Fondazione Grimaldi, avevamo donato al Cotugno insieme con mascherine, respiratori e altri dispositivi».

Mai avrebbe pensato che quell'attrezzatura sarebbe servita anche a lei.
«La vita non finisce mai di sorprenderci. Appena arrivato al Cotugno sapete dove sono stato trasportato? Nella sala Guido Grimaldi, intitolata a mio padre: è lì che mi hanno trovato i polmoni rovinati e deciso il ricovero immediato in rianimazione».

Quando si è ammalato?
«Alla fine di agosto. Ero asintomatico, mi curavo a casa, stavo anche abbastanza bene. Ma una notte, all'improvviso, mi è mancata l'aria».

Da qui la corsa in ospedale.
«E diciassette giorni di assoluto isolamento. Intorno a me solo tubi attaccati a macchine che mi consentivano la sopravvivenza. Non è stato facile ma sulla mia pelle ho sperimentato che il Cotugno è una eccellenza, e i suoi medici sono straordinari».

Poi finalmente la dimissione.
«E l'inizio della mia seconda vita che il caso - ma sarà un caso? - ha voluto ricominciasse nel giorno del compleanno di mio padre».

Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 14:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA