Ammazzò la figlia nel Vesuviano, battaglia ​tra periti sul papà assassino

Domenica 13 Dicembre 2020 di Daniela Spadaro
Ammazzò la figlia nel Vesuviano, battaglia tra periti sul papà assassino

Morta a sedici mesi, il suo corpo sul selciato, lanciata nel vuoto da chi avrebbe dovuto proteggerla. Ginevra si chiamava la bimba bionda, un nome che richiama nell'etimologia la purezza, morta il 15 luglio 2019. Fu scaraventata giù dal balcone della casa dei nonni materni, in via Cozzolino a San Gennaro Vesuviano. L'impatto fu talmente violento da sfondarle il cranio. Poco dopo arrivò sul selciato un altro corpo, quello di suo padre, Salvatore Narciso. Omicidio, tentativo di suicidio, si disse allora. E infatti Narciso, che nell'impatto riportò ferite gravi, è accusato di aver ucciso la piccola, frutto del matrimonio con Agnese D'Avino.


La famiglia Narciso abitava a Caserta, ma dal maggio di quell'anno tutti e tre erano a casa dei genitori della moglie. Era lunedì, il giorno prima della tragedia erano stati tutti insieme a Capaccio, nell'abitazione al mare dei D'Avino. Il processo è in corso e nell'ultima udienza, venerdì scorso, la corte ha accolto l'istanza di nomina di un perito che stabilisca la capacità di intendere e volere di Narciso al momento dei fatti. Già, perché per Salvatore Narciso, nell'udienza precedente, era arrivata la conclusione dei consulenti della difesa dell'imputato (assistito dagli avvocati Stellato e Mirola): incapace di intendere e di volere. Una valutazione alla quale la difesa di parte civile, ossia gli avvocati Sabato Graziano e Giuseppe Attratto, ha fatto seguire la richiesta di nomina di un perito d'ufficio e di un proprio consulente.
 

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Chi è Salvatore Narciso, cosa è successo quel giorno d'estate a casa D'Avino, perché è morta Ginevra? Ad alcuni interrogativi, al di là della verità giudiziaria che emergerà dal processo, rispondono le numerose intercettazioni che dopo la morte della piccola gli inquirenti hanno disposto. Rispondono le dichiarazioni rilasciate da Agnese D'Avino, che moglie e madre non è più da quel giorno di luglio, quelle dello stesso Narciso che padre non lo è stato più nemmeno il giorno del funerale, quando sui manifesti funebri si decise di mettere solo il nome. Ginevra, unicamente. Il cognome dei Narciso, no.


Sulla carta sembrava una famiglia normale, con un tenore di vita abbastanza elevato. Medico lei, impegnata nell'ultimo anno di specializzazione all'epoca dei fatti, laureato in economia e giurisprudenza lui, si occupava di diritto bancario in uno studio legale di Caserta. Lui faceva da pendolare tra Caserta e San Gennaro Vesuviano e tra i due si era parlato, poco tempo prima, di separazione. O meglio, come ha poi raccontato Agnese, lui avrebbe voluto la separazione ma insisteva nel voler tenere la bambina con sé. Erano preoccupati, Agnese e i suoi. Pensavano però di dover stare attenti, sul chi va là, con il timore che Narciso prendesse la bimba e la portasse via, nessuno avrebbe pensato a gesti come quello che ha spezzato la vita di una piccola di sedici mesi.


Ora, il 31 marzo prossimo il perito della corte dirà la sua, avallando o contestando la tesi che in quegli attimi il papà di Ginevra fosse in grado di comprendere quel che stava facendo. Nelle intercettazioni dello scorso anno, mentre Narciso era ricoverato dopo la caduta, colloquia con i suoi familiari, preoccupati soprattutto di un'eventuale presa sui media del processo - «Se no arriva anche Barbara d'Urso» - e concentrati sulla tesi di un «interruttore». Interruttore spento, incapacità di intendere e volere. Ginevra muore. Clic.

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