Coronavirus a Napoli, sorveglianza domiciliare al palo: «Le visite ai malati in casa solo dopo Pasqua»

Mercoledì 8 Aprile 2020 di Paolo Barbuto

I racconti si susseguono anche qui a Napoli, città lontana dall'esplosione di contagi del Nord eppure troppo piena di casi di coronavirus: le persone che vengono invitate a rimanere a casa nonostante la malattia, ricevono istruzioni per la cura in casa ma, troppo spesso, si sentono abbandonate al loro destino.

La Asl Napoli 1 Centro sostiene che nessuno viene abbandonato. Tutti spiegano che si lavora dalla mattina alla sera per superare questa tempesta, lo chiarisce con tenacia Lucia Marino che è direttore del Dipartimento di prevenzione ed è soprattutto una donna che mette la ragione dinanzi alla difesa d'ufficio: «Può capitare che si siano state delle difficoltà, dei disagi, degli errori. Potrà capitare anche che ce ne saranno in futuro ma ognuno deve sapere che su di noi può contare 24 ore al giorno tutti i giorni».
 

 

Il racconto più frequente e straziante da parte di chi ha perso un parente per il virus è quello del ritardo nei soccorsi: malori sempre più insistenti e, secondo i parenti, non valutati correttamente, che portano alla crisi definitiva che non può essere curata nemmeno in ospedale.

La questione viene spiegata con chiarezza dalla dottoressa Marino: «Ogni paziente contagiato che viene invitato a rimanere a casa, entra in un percorso di controllo che per ora prevede due telefonate al giorno e a breve comprenderà anche visite a domicilio. Se il paziente o i parenti notano peggioramenti devono subito chiamare il 118 o il medico di medicina generale che interverranno con immediatezza». Ecco, le difficoltà arrivano proprio in questo punto: di fronte all'allarme talvolta non accade nulla. Ma su questo punto bisogna essere tenaci. Se anche un medico o la stessa Asl non rispondono adeguatamente, bisogna insistere: «Sì - spiega Lucia Marino - è necessario farsi sentire, anche se sono certa che non c'è bisogno di chiedere con vigore perché abitualmente siamo reattivi e pronti».

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Dalla Asl spiegano che il percorso prevede un passaggio determinante proprio per il medico di base che, spiega la dottoressa Marino, «conosce meglio di chiunque altro il paziente e può capire se è realmente il caso di chiedere il ricovero». Sulla questione dell'intervento dei medici di medicina generale c'è tensione, loro spiegano che è difficile essere ascoltati, che non ci sono protezioni né attenzione nei loro confronti, che le loro richieste di soccorso per i pazienti non vengono ascoltate.

La Asl per tramite della dottoressa Marino tenta di smorzare la polemica: «Per vincere questa sfida bisogna essere tutti uniti, remare nella stessa direzione, puntare allo stesso obbiettivo: possono esserci errori da una parte o dall'altra ma l'unica certezza è che solo cercando di contribuire ognuno per la sua parte si raggiunge il risultato: se si vincerà avremo vinto tutti, se si perderà avremo contribuito tutti alla sconfitta».
 


Rabbia e proteste anche sul fronte delle analisi. Ritardi, mancati interventi, risposte evasive. Qui la questione va divisa in due tronconi, quella dei ritardi è imbarazzante tanto che lo stesso direttore generale della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, ieri è intervenuto: «Se ci sono scompensi, sbavature e ritardi chiedo scusa, ma noi stiamo dando il massimo per superare una pandemia mondiale». La verità è che il numero dei tamponi è esagerato per le possibilità di Napoli, e poi quando si è cercato di adeguare le strutture alle esigenze, è scoppiata la questione delle residenze per anziani che ha concentrato tutti gli sforzi e i tamponi in quel settore generando ulteriore accavallamento di risultati.

Sulle richieste pressanti da parte dei parenti dei contagiati per ottenere un tampone e verificare se hanno contratto il virus, c'è una spiegazione collegata al percorso burocratico imposto alla vicenda: «Le norme che ci sono state comunicate, prevedono che il tampone vada eseguito a chi è stato in contatto con un contagiato, solo se quest'ultimo mostra sintomi della malattia. Altrimenti, trascorsi 14 giorni di isolamento, sarà considerato libero dal virus».

Insomma, anche se in casa avete un parente ammalato, il tampone, secondo la burocrazia, non vi spetta. Ovviamente la logica imporrebbe di pensare che è meglio farlo. Ma di fronte alla burocrazia non c'è logica che possa avere la meglio. 

Ultimo aggiornamento: 16:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA