Coronavirus a Napoli, il dramma del medico malato: «Io e mia moglie lasciati soli dall'Asl»

Domenica 25 Ottobre 2020 di Giuliana Covella

«Il virus c’è e bisogna conviverci. La possibilità di contagiarsi è alta, ma il vero dramma nel dramma è che il nostro sistema sanitario è fallimentare e non in grado di affrontare questa emergenza». Armando Coppola (nella foto in quarantena nella sua casa), 50 anni, napoletano, è un noto medico dentista e un ricercatore affermato in Italia e all’estero. Tre settimane fa ha scoperto di essere positivo al Covid-19.

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«Era il 6 ottobre, ero a lavoro e cominciai a manifestare febbre e tosse, credevo fosse la consueta influenza stagionale ma in poco tempo la temperatura salì. Così lasciai subito lo studio e mi precipitai a casa - racconta - dopo aver chiamato il medico di base, io e mia moglie abbiamo messo al sicuro nostra figlia minore, facendola rimanere a casa di mio fratello (l’altro mio figlio, il maggiore, per fortuna vive a Manchester). Poi l’8 ottobre, due giorni dopo, ho fatto il tampone e dopo circa 3 ore mi hanno comunicato che ero risultato positivo». Una cena tra amici al ristorante forse il momento in cui Armando ha contratto il virus. Ipotesi che oggi, tuttavia, sono solo congetture, dato che «è chiaro a tutti che nessuno può essere immune, senza naturalmente creare allarmismi, specie con i dati relativi ai contagi».

Da allora è cominciata l’odissea del dentista e di sua moglie, anche lei risultata positiva. «In queste settimane di isolamento i tempi biblici in attesa di tampone dall’Asl mi hanno spinto ad affidarmi a laboratori privati - continua Coppola - e ho seguito la terapia antibiotica prescritta dal mio medico curante, che ringrazio ancora infinitamente, perché è stato l’unico a farsi carico del problema e di cui ovviamente non posso fare il nome». A essere contagiati anche i collaboratori dello studio odontoiatrico di Coppola, «ma di fronte a tutto questo voglio denunciare proprio lo sfascio di un intero sistema sanitario», rimarca il libero professionista.

«Quello che manca è il totale coordinamento tra le strutture che dovrebbero supportare il paziente affetto da Coronavirus. Ho sperimentato che si resta da soli, in completo isolamento. Io e mia moglie, ancora positivi dopo l’ultimo tampone (ora siamo in attesa di fare il terzo, ma le liste d’attesa al Frullone sono lunghissime e di certo lo faremo di nuovo privatamente) dormiamo in stanze separate e manteniamo il distanziamento anche in altri ambienti della casa. Ma fa rabbia il fatto di essere lasciati abbandonati a se stessi. Io sono un medico - continua - e dunque dovrei essere più razionale, ma mi assalivano continue crisi d’ansia e piangevo per scaricare la tensione».

Oltre al dramma di chi si ammala di Covid, c’è poi quello di tutti gli altri cittadini affetti da patologie altrettanto gravi, sottolinea Coppola: «Mia madre ha 85 anni ed è una malata oncologica. Ho dovuto assisterla e curarla a distanza, per ovvi motivi. Ma non credo sia un Paese civile quello in cui non si riesce a organizzare una rete ospedaliera capace di affrontare un’emergenza nell’emergenza». In più ci sono i costi di cui una famiglia deve sobbarcarsi per sottoporsi ai test a pagamento: «Io posso farlo perché ho un reddito che me lo consente, ma un nucleo familiare disagiato come fa ad affrontare questa spesa?». Ora Armando e sua moglie sono in attesa di sottoporsi a un nuovo tampone, il terzo in ordine di tempo da quando si sono ammalati: «Se l’Asl non interverrà con il tampone domiciliare non aspetterò loro, lo farò di nuovo in un centro privato. Un invito però sento di rivolgere a tutti: rispettate le regole. Mascherina e distanziamento sociale sono basilari, specie se si fa vita di relazione per motivi di lavoro o altro. Purtroppo questo virus esiste e non risparmia nessuno», conclude.

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