Coronavirus a Napoli, gli ideatori raccontano il successo del «panaro solidale»: «Mettiamone uno in ogni quartiere»

Giovedì 2 Aprile 2020 di Marco Perillo

La loro storia assomiglia un po' a quella del film «Chocolat». Qualche anno fa arriva tra i vicoli antichi di Napoli Angelo Picone, artista di strada specializzato nel personaggio del “Pazzariello”, quel banditore vestito da soldato che un tempo inaugurava gli esercizi commerciali della città partenopea, immortalato da Totò in un episodio de «L'oro di Napoli». E conosce lei, Pina Andelora, una donna impegnata a salvare ragazzini dalla strada grazie a una cioccolateria originalissima nella zona di Santa Chiara.
 

 

I due s'innamorano e proseguono il loro impegno sociale e artistico insieme. Con grande successo, perché il teatrino di Perzechella con le sue merende-spettacolo diventa un punto di riferimento per curiosi, turisti e appassionati di cultura napoletana. Angelo, col suo personaggio del Pazzariello, diventa un'istituzione del centro storico e finisce persino per inaugurare alcuni concerti di Pino Daniele, nato proprio nei vicoli che lui anima con tanta passione, prima della sua morte prematura nel gennaio del 2015. Insieme col maestro dell'arte delle guarattelle Bruno Leone e col supporto di altri artisti nasce «Vico Pazzariello», un ritrovo per chiunque ami la cultura popolare, nell'omonima via.
 

Il centro antico di Napoli, pullulante di gente, diventa una festa mobile continua grazie al loro operato. Questo, fino all'avvento del coronavirus nel marzo 2020, che svuota le piazze e le strade, che miete morte facendo ricordare i tempi della peste del 1656, che ordina alle persone di stare a casa per non diffondere il contagio. Accade che in tanti perdano il lavoro e non ce la facciano più nemmeno a mangiare. A un certo punto, da un palazzo in via Santa Chiara, ecco che viene calato un «panaro». Sì, quel cesto intrecciato che un tempo serviva a commerciare specie nei vicoli. Il suo nome deriva dal latino panarum e sta ad indicare un cesto nel quale riporre il pane. E’ proprio da questa parola che nasce il sostantivo italiano paniere. Parliamo di una tradizione napoletana atavica, che negli anni dell'usa e getta, dei centri commerciali e dell’e-commerce è quasi del tutto scomparsa. Invece Angelo e Pina l'hanno rispolverata nei difficili tempi della pandemia, rinverdendo una celebre frase di Giuseppe Moscati, il medico santo che ai poveri del centro storico partenopeo aveva dedicato un'intera esistenza: «Chi ha metta, chi non ha prenda». Questo era scritto sul cappello di Moscati, lasciato all'ingresso della sua abitazione, dove spesso faceva studio per gli indigenti senza farli pagare.

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E così nel «panaro solidale» di Angelo e Pina in tanti hanno cominciato a mettere di tutto, dai pacchi di pasta alle pelate e al caffè. E i due, da casa, ogni giorno, da quando è iniziata la quarantena, si sono messi a cucinare e hanno calato il paniere col pranzo pronto per i più indigenti.

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«L'idea è nata da un nostro amico senzatetto. Un giorno gli abbiamo offerto un pasto caldo e si sono aggiunte altre persone bisognose. Così abbiamo capito la necessità di queste persone e ogni giorno prepariamo, per chiunque si presenti, dei pasti caldi, gli stessi che cuciano per noi» ha raccontato Pina. «Noi facciamo solidarietà tutti i giorni - ha invece detto Angelo - perché questo è lo spirito della zona. Qui si può sempre trovare un piatto caldo, in fasi d'emergenza e di normalità».

Il loro timore più grande è che i turisti a Napoli non tornino in tempi brevi e che realtà come la loro rischino di sparire. «Ma confidiamo nel grande cuore dei napoletani e in una città che è sempre stata in grado di risollevarsi - dice Angelo -. Mettiamo un panaro solidale in ogni quartiere di Napoli, qui ci sono poveri che arrivano persino da via Toledo. E la generosità del nostro popolo farà il resto».

Ultimo aggiornamento: 3 Aprile, 07:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA