Napoli, la ressa dei disperati al Monte dei Pegni: «Ho perso il lavoro, lascio i miei anelli»

Martedì 2 Giugno 2020 di Paolo Barbuto

Ci sembrò impressionante, quaranta giorni fa, fermarci davanti al monte pegni di via San Giacomo e scoprire che c’erano venti persone in strada ad attendere il loro turno. Raccontammo il composto dolore di quella gente che a noi era sembrata tantissima.

Speravamo che la fine del lockdown stesse lentamente rimettendo a posto le cose, così ieri siamo tornati in quello stesso luogo. Abbiamo scoperto che il dolore composto ha lasciato spazio alla disperazione vera: non più venti persone in coda ma cento, non più richieste d’aiuto sussurrate ma urla di rabbia e di preoccupazione. Il mondo osservato dalla coda del banco pegni provoca dolore all’anima. 

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La tensione sale subito altissima. Si protesta perché le code sono troppo lunghe e non esistono certezze: potresti non farcela a entrare. I racconti un po’ esagerati si susseguono: «C’è una persona che ha iniziato a fare la fila all’una di notte per avere la certezza di entrare», ovviamente il racconto è esasperato. La banca chiede di prenotare prima di presentarsi allo sportello: solo in pochi lo fanno, il resto si accalca e si auto-organizza con una lista scritta a penna che spesso non viene nemmeno rispettata.
 

 

La tensione cala immediatamente quando il popolo del monte pegni scopre che stavolta non si vuole raccontare il disagio dell’attesa ma il motivo della presenza: perché siete qui? Cosa avete in tasca da lasciare al monte pegni? Il muro di persone si sfalda in un attimo, ognuno s’allontana ché di voglia di mettere in piazza le personali disperazioni non ce n’è. 

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Finché il mondo è stato costretto a rimanere chiuso in casa, la macchina della solidarietà ha funzionato a ritmo serrato. Nei giorno del lockdown nessuna famiglia ha sentito il peso della mancanza di soldi o di lavoro perché un piatto a tavola si riusciva a mettere. Proprio in quei giorni si è costruito il popolo dei nuovi disperati che oggi stanno in fila al monte pegni o ai compro oro. Hanno spiegato gli esperti del mondo della solidarietà che durante la chiusura generale il numero di richieste di sostegno alimentare è aumentato circa del 200% a seconda dei quartieri. In questa immensa mole di persone c’è stata una parte che alla fine del lockdown ha recuperato il lavoro, ma una grossa porzione s’è ritrovata a fare i conti con una nuova vita di difficoltà e la solidarietà che s’allontanava. 

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La stessa ressa che abbiamo intercettato dinanzi al monte pegni di via San Giacomo non c’è sulle soglie dei “compro oro” che sono tanti e potrebbero rappresentare una valida alternativa al pegno. Invece non è così perché le persone preferiscono ottenere un prestito con la possibilità di recuperare i propri preziosi che, spesso, sono anche ricordi di famiglia, lo spiega con delicatezza Roberto de Laurentiis, presidente del Borgo Orefici: «Le persone si separano con difficoltà da oggetti che hanno per loro un valore affettivo oltre che economico - dice - al monte pegni sanno che potrebbero recuperarli, dal “compro oro” ne perderebbero subito la proprietà. Sarebbe troppo doloroso».

De Laurentiis sa che la crisi morde, non nasconde che qualcuno si presenta anche al suo negozio chiedendo una corretta valutazione di un oggetto prima di andare a venderlo o a impegnarlo: «Ci sono clienti che sono amici da tempo, non possiamo negare loro una valutazione. Leggiamo il dolore nei loro occhi». 
 


Torniamo alle persone in coda a centinaia davanti al monte pegni di via San Giacomo. Quelle che, una volta scoperto che c’era da parlare delle difficoltà e dei problemi economici, s’erano rapidamente allontanate.

In un gruppo che s’è andato a riparare sotto i portici di fronte all’ingresso c’è Luisa, capelli bianchi, volto segnato dall’età e dei dolori: «Mio figlio con la moglie e il bambino è tornato da noi. Io con la pensione di mio marito non ce la faccio e la signora dove prima facevo i servizi dice che non vuole più nessuno dentro casa. Ecco la storia, volete sapere che mi vengo a impegnare? Guardate che bell’orologio? Era di mio padre, roba di un’altra epoca che non si fa più. Con questo riusciamo a stare tranquilli per molto tempo». Si apre la consueta discussione sul valore dell’oggetto che per qualcuno è solo un oggetto vecchio e inutile, la signora Luisa si acciglia. Dall’altro lato del marciapiede una coppia, meno di trent’anni, entrambi con la tuta da ginnastica e la mascherina calata per fumare nervosamente. L’orgoglio li porta qui con l’anello che lui le ha regalato prima di sposarla: «L’ho pagato millecinquecento euro. Mo’ paghiamo il padrone di casa, così non dobbiamo chiedere niente a nessuno e non dobbiamo tornare a casa dai suoceri. Poi ricominciamo a lavorare e ce lo veniamo a riprendere questo anello». Sorridono e si guardano. Lei ha i lucciconi, lo sa che quell’anello non lo rivedrà più. 
 

Ultimo aggiornamento: 12:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA