Edicole votive e murales: da Giuliano a Sibillo, nei vicoli di Napoli il santuario del clan

Lunedì 18 Gennaio 2021 di Valentino Di Giacomo
Edicole votive e murales: da Giuliano a Sibillo, nei vicoli di Napoli il santuario del clan

In un vicolo c’è l’edicola votiva dedicata ad Annalisa Durante, le foto con i suoi occhi grandi sorridenti e pochi fiori. In un altro vicoletto, dal lato opposto, c’è la cappella dedicata al boss Luigi Giuliano, «il re di Forcella», che in vico Tarallari fece erigere un altarino in pietra con una madonna preceduta da sette scalini e da una piccola fontana. Un tempo qui c’era pure la foto di «Lovigino» - l’altro soprannome del capostipite dei Giuliano, oggi collaboratore di giustizia - che da quel vicolo, nell’appartamento al primo piano, ora sotto sequestro, comandava tutto il quartiere e molto oltre. In mezzo, tra santi e madonne, tra statue di padre Pio e volti di Cristo, scorre Forcella, Spaccanapoli, che solo illusoriamente riesce a separare il bene dal male. Qui inferno e paradiso sono mischiati come sangue e poco importa se sia quello versato da un camorrista o da un innocente: tutti hanno uguale diritto ad essere rappresentati da culti e riti pagani che affondano le radici nei secoli dei secoli, ma senza un amen. Preghiere e bestemmie, Dei e diavoli, Stato ed anti-Stato convivono quasi per inerzia anche sui muri dove pure le cappelle votive ed i più moderni murales raccontano i nuovi equilibri nelle guerre di potere della malavita. Tutto si mischia al punto che l’enorme dipinto di Jorit in omaggio a San Gennaro e che svetta su Forcella dicono assomigli al boss Nunzio Giuliano (ucciso in via Tasso nel 2005).  

 

Aveva 14 anni Annalisa Durante quando fu uccisa nel 2004 dai proiettili vaganti sparati nel corso di uno scontro a fuoco da uno dei tanti rampolli dei Giuliano, Salvatore. Condannato per quell’omicidio a 20 anni, il figlio di Luigi - detto «Zecchetella» - è uscito di prigione lo scorso maggio tra indulti e sconti di pena per buona condotta e pian piano il vecchio clan sta provando ultimamente a rimettersi in piedi. «Qui a Forcella - dicono i contrabbandieri che ancora ci sono, pure se vendono sigarette di marche sconosciute - comanda Michele Mazzarella». Michele - detto «Ronaldo» oppure «’O fenomeno» come l’ex attaccante brasiliano dell’Inter - è uscito pure lui dal carcere lo scorso settembre ricongiungendosi a Marianna Giuliano, anch’essa tornata libera appena un anno fa, figlia del boss Luigi Giuliano. Gli equilibri tra clan e faide di famiglia si consumano in fretta tra matrimoni, uccisioni, arresti e scarcerazioni. Eppure, come se fossero libri di storia, ci sono gli altarini a conservare memoria dei passaggi di mano. «Per la scarcerazione di Michele - racconta uno dei tanti negozianti di articoli religiosi di Forcella - furono acquistate decine di candele e di lumini». C’è l’usanza, infatti, che quando arrivano «buone notizie» i membri dei clan, ma pure persone del posto, facciano la corsa a ringraziare i santi che affollano i vicoli accendendo un cero. Le mete più battute sono l’altarino della madonna fatta costruire da Luigi Giuliano e l’enorme sacrario di via Sant’Arcangelo a Baiano. Qui, salendo il vicolo, si arriva ad uno slargo con una grande fontana al centro dove spicca un padre Pio e due madonne, una di fronte all’altra, tutte ornate di rose rosse e rosa. Dietro la fontana, sul muro di un palazzo, spunta invece un’edicola votiva dedicata ad un morto di overdose con precedenti penali. È qui che nel luglio del 2015 gli affiliati del clan Mazzarella portarono fiori e candele per celebrare, anche con i fuochi d’artificio, l’uccisione del loro rivale, Emanuele Sibillo, il 19enne a capo della cosiddetta «paranza dei bambini».

Per Emanuele Sibillo sono state fatte le cose in grande. Nell’atrio di un palazzo di via San Filippo e Giacomo, sempre a Forcella, è stata messa su una vera e propria cappella dedicata ad «ES 17». Per evitare che qualcuno dei clan rivali potesse sfregiare il ricordo del ragazzo che cercò di costituirsi un proprio clan, l’edicola è stata edificata all’interno di un palazzo e protetta con dei cancelli di ferro. Dentro la cappella c’è una statua che riproduce il volto di Sibillo, un suo ritratto, persino una bottiglia del suo profumo preferito. In alto una madonna, di fianco un biglietto incorniciato con il disegno di una rosa stilizzata come quelle dei tatuaggi. «Il tempo - è scritto sul biglietto - scorre inesorabile e si porta via momenti preziosi della nostra vita. Ma i ricordi belli sono tanti e tu occupi nel mio cuore un posto particolare. Tuo amico e fratello Enzuccio ‘O Lupen». Per le strade decine di scritte che inneggiano ad «ES 17».  

Il culto della camorra con i suoi santuari continuano però a rinnovarsi e con volti sempre più giovani. In piazza Parrocchiella c’è il recentissimo murales dipinto per Luigi Caiafa, ucciso a 17 anni mentre tentava una rapina con una pistola giocattolo accompagnato dal figlio diciottenne di «Genny ’a carogna». Quel murales ornato di fiori con le iniziali del giovane e ai piedi è stato posto un orsacchiotto di pezza azzurro, vuole essere un ricordo per un ragazzo «che ha sbagliato», ma pure un segnale alla polizia perché Luigi è stato sparato da un agente dei Falchi accorso per sventare la rapina. Non sono solo simboli per ricordare «ragazzi sfortunati», ma anche un messaggio contro le forze dell’ordine. Inutile dire che parlando con le persone del quartiere «Luigi era nu buono guaglione», ucciso dai poliziotti definiti «infami». C’è però chi ricorda che il papà di Caiafa, Ciro, è stato ucciso in un agguato lo scorso Capodanno: «Il segnale - dicono - che tanto una famiglia a posto non era e se il poliziotto ha avuto paura che gli sparassero ha fatto bene a sparare per primo». È simile la dinamica che ha portato all’uccisione di Ugo Russo, lui caduto persino 15enne lo scorso marzo mentre tentava di rapinare un carabiniere fuori servizio. Anche per Ugo è stato dipinto un enorme murales ai Quartieri Spagnoli sempre con una duplice lettura: c’è chi ricorda un giovanissimo e chi invece inveisce contro le forze dell’ordine. Proprio ieri Alfredo, il fratello 18enne di Ugo, si è scagliato contro la polizia ed è stato arrestato.  

 

Le edicole votive, oggi per una parte diventate un santuario a cielo aperto della camorra, tradiscono purtroppo l’antichissimo intento per le quali iniziarono a spuntare nel centro storico nel 1700. A favorirne l’edificazione fu il padre domenicano Gregorio Rocco, confessore spirituale di Carlo III di Borbone al quale il curato suggerì pure di costruire il Real Albergo dei Poveri. Gli altarini furono la prima forma di illuminazione stradale a Napoli e servivano, oltre che per onorare i santi, anche per scoraggiare i ladri che alla vista dei volti beati e alla luce delle candele non si sarebbero arrischiati a rubare nei palazzi dove c’erano le edicolette votive. Col passare del tempo divennero una forma d’arte e ne sorsero sempre di più belle lasciando in dote alla città questa forma un po’ religiosa e un po’ pagana di venerazione come oggi avviene persino con le effigi di Maradona. Da quasi 50 anni i tabernacoli sono diventati invece parte integrante di come la camorra comunica la propria presenza sul territorio. Ad ogni vicolo una madonna, un Cristo, un padre Pio. Tanti volti di pietra, quasi come i morti ammazzati e le vittime innocenti che meriterebbero ben altra giustizia e senza lo spregio di essere ricordate insieme ai loro carnefici. 
 

Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 14:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA