Omicidi e agguati, la guerra di camorra che a Napoli nessuno vede

Giovedì 11 Aprile 2019 di Leandro Del Gaudio

Mai come in questo caso i numeri sono bugiardi. Meno omicidi a Napoli, nulla di paragonabile rispetto a una quindicina di anni fa, quando il conto si chiudeva a quota cento, parliamo di morti ammazzati nel pieno delle faide cittadine. Mai come in questo caso i numeri non bastano a raccontare il fenomeno camorristico a Napoli e nella sua area metropolitana.

Proprio mentre qualcuno cominciava a pensare alla camorra come un fenomeno di scarso rilievo, le indagini di questi mesi mostrano la vera faccia del crimine organizzato a Napoli. Sì, d'accordo, quattro omicidi di stampo camorristico dall'inizio dell'anno sono un risultato «lusinghiero» per tutti, ma non devono ingannare sulle dinamiche reali messe in campo ormai da anni da cosche e cartelli. Esiste una guerra strisciante - ormai è chiaro - che si gioca sul piano economico e che mette in campo affaristi e professionisti, insomma pezzi della nostra borghesia, capaci di fiutare i business che contano, tra le enormi possibilità di guadagno assicurate dal boom turistico, dal controllo di parte del mercato immobiliare e di alcuni servizi essenziali per la sanità cittadina.

Due giorni dopo il raid consumato all'esterno di una scuola, sotto gli occhi di un bambino di tre anni e mezzo, le indagini della Dda vanno ben oltre la ricerca di killer e mandanti, vanno ben oltre la storia dello zainetto tristemente abbandonato da un bambino sopravvissuto ad un agguato camorristico.

Scenario complesso, ecco dinamiche ed equilibri che reggono da troppi anni il sistema criminale a Napoli e che i numeri non riescono a raccontare per intero.
 
L'AGGUATO AL RIONE VILLA

«Sono deboli, sono più deboli, se andiamo sotto casa e spariamo, neanche ci rispondono. Mo è il nostro momento, basta una fesseria, alla prima andiamo sotto casa e li buttiamo a terra».

Parole e concetti di questo tipo, dietro l'agguato di due giorni fa, dietro la decisione di consumare un'impresa fino a qualche tempo fa ritenuta impensabile. Oggi le cose sono cambiate, perché così funziona, all'ombra della faida tra i Rinaldi e i Mazzarella. Venti anni di contrapposizione armata, di segnali, messaggi, tregue, armistizi e ancora morti e agguati bastano a chiarire le idee a tutti sul momento buono per consumare un omicidio, per compiere un delitto eccellente come quello del rione Villa a San Giovanni a Teduccio.

E il momento buono, nell'ottica dei D'Amico (costola forte dei Mazzarella) è arrivato tra febbraio e marzo scorsi, quando in poche settimane polizia e carabinieri hanno messo a segno due colpi decisivi nella lotta alla camorra: gli arresti di Ciro Rinaldi, il boss del rione Villa, cognato di Luigi Mignano, il 57enne arrestato mentre portava il nipote a scuola; e di Michele Minichini, reggente della camorra di Ponticelli, uno che - tanto per farci un'idea - si era tatuato sulla nuca le faci spalancate di una tigre, ma anche il numero 46, che è poi il civico di Ciro Rinaldi, lì dentro la Villa di San Giovanni.

Stravaganze di una camorra pulp e stracciona? Brutta imitazione delle prime puntate di gomorra, quelle tutte tum-tum e morti ammazzati?

Nient'affatto. Da mesi in Procura, la pista battuta per chiudere i conti con la camorra, o comunque per aggredire il fenomeno criminale a Napoli e provincia, va in tutt'altra direzione. C'è una convinzione, per altro riversata in alcuni atti giudiziari in questi mesi, che anima il lavoro del procuratore Gianni Melillo e dei degli aggiunti Giuseppe Borrelli e Luigi Frunzio: stese (scorrerie armate), spari fini a se stessi, paranze e omicidi consumati magari solo per il furto di un motorino, sono solo la parte esteriore di un fenomeno mafioso più profondo, più radicato nel tessuto cittadino.

A starci dentro, la città sembra un flipper impazzito di corpuscoli criminali, che si sparano e si inseguono per la conquista di piccole piazze di spaccio, tra ronde in sella a scooter e azioni sanguinarie. Ma a guardarla dall'alto, il quadro cambia, il caos prende forma. E si colgono ramificazioni e alleanze, che - ridotte all'essenziale - vanno ricondotti a due blocchi criminali: dietro i Rinaldi, ci sono i Contini, dunque, i Licciardi e i Mallardo; dietro famiglie apparentemente autonome, come i D'Amico, i Montescuro, i Pacifico, i Ferraiuolo, i Del Prete e altre decine di famiglie, ci sono sempre loro, i Mazzarella. Eccola la città, vista con lo sguardo del pool anticamorra. Altro che stese e sfoggi di violenza. Altro che regolamenti di conti per un furto, per la gestione di una panchina o di mezzo marciapiede su cui impiantare un commercio di hashish o un traffico di custodie di cellulare falsi.

L'ALLEANZA DI SECONDIGLIANO
Qui il piatto è decisamente più alto e investe parte della economia cittadina, colpisce irrimediabilmente il mercato immobiliare (gonfiando a dismisura il tetto dei fitti di locali commerciali), interessa pezzi della borghesia delle professioni, delle élite cittadine.

Ma restiamo sul lavoro del pool anticamorra. Dopo le faide di fine anni Novanta, dopo processi e condanne, la partita non è chiusa con quel gruppo di famiglie che si contrappose ai cutoliani alla fine degli anni Ottanta. Dunque? Mai come in questo caso, le indagini puntano alla cosiddetta Alleanza di Secondigliano, la federazione che unisce i Bosti, i Contini, e i Mallardo e i Licciardi.

Già, i Licciardi: arrestato dieci anni fa Vincenzo Licciardi, il clan si è rigenerato, con una sintesi tra vecchie e nuove leve che non passa inosservata. Poi ci sono i Contini, sempre per rimanere in città. Siamo al Vasto-Arenaccia, a distanza di cinque anni dal blitz firmato dal pm Ida Teresi, che in questi anni ha ottenuto condanne per boss di primissimo piano, oltre al sequestro di beni riconducibili ai Righi e ai Di Carluccio, imprenditori che spaziavano dal carburante ai ristoranti, dalle strutture sportive fino ai servizi in strutture ospedaliere.

GLI OSPEDALI
Ricordate la storia delle formiche al San Giovanni Bosco? Ecco, cinque anni dopo la retata firmata dall'allora gip Raffaele Piccirillo, i carabinieri sono al lavoro sulle infiltrazioni mafiose al San Giovanni Bosco, nella convinzione che alcune assunzioni nel sistema parasanitario e altri servizi essenziali per la vita di un ospedale siano state porose rispetto al pressing mafioso.

Ma non è solo una questione di appalti o di racket. In ballo c'è il lavoro di consulenti, fiscalisti, legali impegnati su un fronte unico, decisivo per la sopravvivenza delle cosche: il riciclaggio dei proventi di racket e droga, fiumi di denaro che vanno ripuliti e inseriti nell'economia apparentemente pulita. Opera da professionisti, da laureati, gente che non ha nulla a che spartire - almeno in superficie - con le stese e le paranze, con agguati e scontri a fuoco.

Clan Mallardo, Giugliano, sembra un mondo a parte rispetto a Napoli, eppure in questi anni hanno sequestrato gioiellerie, centri commerciali nel cuore del capoluogo partenopeo, punti di ritrovo per la buona borghesia cittadina.

VIA MARINA
E cosa accade sull'altro versante? Chi si contrappone alla rinata (o mai del tutto sconfitta) Alleanza di Secondigliano? Ci sono loro, quelli dei Mazzarella. Un esercito, sotto il profilo numerico, che può contare in questi anni sulla scarcerazione di soggetti di peso, dei figli dei tre fratelli che anni fa partirono da San Giovanni a Teduccio alla conquista del rione Mercato, del Porto di Napoli, di Santa Lucia, fino ad estendersi nell'area vesuviana - siamo sul versante opposto - tra Volla e Mariglianella. Anche in questo caso, siamo di fronte a realtà diverse dalla camorra spara-spara: indagini sul racket imposto alle ditte che sono entrate in campo per la sciagurata riqualificazione di via Marina e Sant'Erasmo (ditte estranee al crimine organizzato, ndr), ma anche su tranche di lavori all'interno del porto di Napoli. Scenario in cui si agitano milioni di euro, come per altro insegna una intercettazione di pochi anni fa, quando - nel pieno delle faide a colpi di stese della paranza dei bambini - furono i boss dei Bosti-Conini a scendere in campo per arginare le scorrerie armate nel centro cittadino. Chiaro il ragionamento: stop con inutili colpi di testa, in campo ci sono gli affari che contano.

Ed è questo l'aspetto dell'area metropolitana a chi la guarda dall'alto: un luogo dove un omicidio a Mariglianella dipende da quanto è accaduto tre anni prima a Forcella, dove gli spari sulle serrande di una pizzeria antica riguardano qualcosa di più ampio di uno scontro tra quattro camorristi straccioni. Qui in ballo c'è il food, la ricezione turistica, la gestione di alberghi e ristoranti, frontiera ideale per chi ha un solo problema: riciclare proventi sporchi, quei soldi ricavati dalla gestione di una piazza di spaccio e dallo smercio di cover di cellulari false, nell'eterno abbraccio tra miseria e nobiltà camorristica, dentro e fuori le porte di Napoli.

Ultimo aggiornamento: 17:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA