Napoli, chirurgo picchiato in ospedale da due donne: «Sono indignata ma non mi arrendo alla violenza»

Giovedì 22 Agosto 2019 di ​Melina Chiapparino
Ventidue anni da chirurgo di cui, gli ultimi due, all’ospedale San Giovanni Bosco senza nessuna intenzione di andare via ma con la ferma decisione di «continuare a fare la professione scelta fin da bambina». Le parole della dottoressa Adelina Laprovitera, 52enne di adozione napoletana ma di nascita calabrese, raccontano indignazione e delusione ma sono lontanissime da qualsiasi sentimento di rassegnazione umana e professionale. 
 

Cosa ha pensato al momento dell’aggressione? 
«Può sembrare strano ma quando mi hanno colpita al volto la prima cosa a cui ho pensato è stato il paziente 18enne che stavo seguendo per una sospetta embolia polmonare. Poco prima dell’aggressione ero in attesa degli esiti dell’esame di questo secondo ricoverato e in quegli istanti mi sono ripromessa di non lasciarlo con una diagnosi incompleta, qualsiasi cosa mi fosse successo sarei tornata da lui a completare il mio lavoro. Subito dopo mi è venuto in mente un insegnamento che ci proponevano ai corsi di formazione medica, dove la raccomandazione era di non reagire mai in caso di aggressione sul lavoro». 
 

Lei non ha reagito. Prova rabbia o riesce a perdonare i suoi aggressori? 
«Le reazioni sono istintive e stavolta è andata così ma non provo rabbia. Ho perdonato, dal punto di vista umano, i miei aggressori, le azioni e gli insulti che mi hanno rivolto, ma ritengo giusto aver denunciato l’accaduto. Non giustifico la violenza e questi episodi vanno segnalati perché non possiamo essere complici del malcostume, assecondando pratiche e usanze che danneggiano la nostra professionalità. Sono una persona che ha fede, ho prestato servizio di volontariato a Scampia e tuttora presto servizio con l’Unitalsi a Lourdes, questo mi aiuta ad affrontare positivamente anche episodi spiacevoli ma non posso nascondere la mia delusione. Sono schifata».

Da cosa si sente delusa? 
«Mi deludono i colleghi medici, gli infermieri e gli operatori socio-sanitari che si sono arresi e si arrendono ogni giorno, di fronte a episodi come quello accaduto a me, dove c’è da combattere contro chi non vuole rispettare le regole. Spesso viene assecondata l’utenza scostumata o irrispettosa solo per non avere problemi. Quello che mi ha deluso non è stata la violenza ma i colleghi che hanno commentato l’accaduto, dicendo che le 40 visite al giorno che loro fanno, sarebbero 40 potenziali aggressioni per quattro soldi di stipendio, quindi meglio rassegnarsi. Questo ragionamento offende la nostra professione ed è l’unica sconfitta a cui non cederò mai». 

Come hanno reagito i suoi familiari? 
«Mia mamma dice sempre che non morirò nel mio letto e qualcuno, prima o poi, mi sparerà ma in fondo, tutti quanti in famiglia conoscono il mio temperamento e sanno che non cambierò mai. I miei parenti hanno saputo dell’aggressione dalla televisione. Mia madre mi ha telefonato in lacrime e ho dovuto farle una videochiamata per tranquillizzarla e sdrammatizzare l’accaduto. Anche i sei fratelli che ho e che, per lavoro, sono distribuiti in varie parti del mondo mi hanno cercato allarmati. Però c’è da dire che da quando sono una bimba, tutta la mia famiglia che mi voleva musicista, si è arresa di fronte alla mia testardaggine perché da sempre ho voluto fare a tutti i costi il chirurgo». 

Cosa si augura dopo quanto accaduto? 
«Spero che le cose cambino. Di certo io non cambierò. Il problema è che anche i colleghi che, come me, ostacolano pratiche irregolari di un’utenza che considera l’ospedale una proprietà, si stanno rassegnando perché non hanno riscontri e sostegno. Devo riconoscere che il direttore dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva sta cercando di fare tanto. Mi ha contattata dimostrandomi la sua vicinanza e solidarietà. Gli sono grata per aver disciplinato l’entrata indiscriminata nei reparti e nelle aree mediche. A lui va il mio appello, per allestire un presidio di polizia all’interno dell’ospedale, e mi rivolgo agli organi regionali che dovrebbero avere a cuore il San Giovanni Bosco che a volte sembra destinato ad essere affossato». 

Dunque, continuerà a lavorare nel presidio della Doganella? 
«Non vedo alcun motivo per cui dovrei abbandonare il San Giovanni Bosco e la professione che adoro da quando sono nata. Io sono fiera del mio lavoro e morirò combattendo ma certo mai rassegnandomi. Sono delusa, è vero, soprattutto se penso che l’atteggiamento di sottomissione e rassegnazione spesso lo riscontro nei giovani sanitari ma dalla delusione nasce il cambiamento. Devo anche sottolineare che sono stati tanti i colleghi e gli amici, persino i miei compagni di corso all’Università, che mi hanno mostrato stima e affetto».

Cosa farà adesso? 
«Vorrei tornare a lavorare il prima possibile. Ci sono tante cose da fare e benché io sia solo una casellina nei turni del mio reparto, mi rendo conto che le caselline di cui dispone il presidio sono poche. Non desidero altro, solo continuare a fare il chirurgo nel mio ospedale».Ultimo aggiornamento: 23 Agosto, 13:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA