«Noemi, nella piazza del raid solo due cartelli per lei»

Domenica 12 Maggio 2019 di Gigi Di Fiore
«Noemi, nella piazza del raid solo due cartelli per lei»

In piazza Nazionale otto giorni dopo. Proprio all'angolo con via Acquaviva, nei pochi metri di strada dove sono affiancati il bar Elite e il ristorante La locanda di zio Gigi. È lo scenario dell'agguato, fissato dalle immagini delle telecamere viste quasi da tutti, in cui è rimasta colpita anche la piccola Noemi. Di fronte, sulla spianata sopra i parcheggi sotterranei, i bambini giocano sugli scivoli pubblici. Tutt'intorno alla piazza dove ci sono altri bar, negozi e pizzerie, non c'è uno striscione, non un manifesto, non un segno visibile di testimonianza su quello che è avvenuto. Neanche un accenno di solidarietà a Noemi che, fino a tre giorni fa, ha lottato contro la morte. Per trovare un primo ricordo del tremendo agguato, bisogna entrare nel bar Elite. Alle vetrine interne è stato affisso un foglio con la foto della bambina, sopra i versi di una poesia firmata da Genny Caiazzo.

 

«Che colpa ne ha una bambina vittima di una mano assassina» è l'incipit. È il bar dove Noemi era andata con la mamma, la zia, la nonna e la sorellina poco prima dell'arrivo del killer. La poesia fa il paio con l'unica altra testimonianza di solidarietà a Noemi, che si trova nel ristorante La locanda di zio Gigi. Stavolta, è più visibile a chi passa perché è sulle vetrine esterne. Vi sono affisse, già da quattro giorni, dieci grandi lettere rosa che compongono una chiara e sintetica frase di incoraggiamento: «Forza Noemi». È la vera testimonianza pubblica ed esplicita di solidarietà alla bambina, nell'intera grande piazza. È l'ora del dopo pranzo, i tavoli sono ormai vuoti. Nel ristorante, alla cassa c'è Titti. Che dice: «Finalmente, dopo le buone notizie arrivate dall'ospedale, possiamo essere di stato d'animo buono. Abbiamo fatto sapere alla famiglia di Noemi che li aspettiamo tutti nel ristorante per una bella mangiata quando la bambina uscirà dal Santobono. Sì, siamo stati i primi e gli unici ad aver messo in vetrina una frase per Noemi. Ci sembrava il minimo, tutto è avvenuto qui fuori». Si esce dal ristorante e a sinistra, in una fascia di cinque metri di marciapiede, ci sono i tavolini del bar. È l'ingresso dell'Elite, gestito da una trentina d'anni dai fratelli Salvatore e Domenico Leazza. Alla cassa, c'è Domenico che riceve i clienti e sfoglia il giornale. Di fronte a lui, la vetrina interna con il foglio stampato con la poesia e la foto della piccola Noemi.
Signor Domenico Leazza, come mai solo voi e il ristorante qui di fianco avete pensato di affiggere e rendere visibile una testimonianza su Noemi?
«La piazza è grande, noi siamo stati toccati perché tutto è avvenuto qui fuori. Tenga presente che a mia memoria non è mai successo qualcosa di simile da queste parti. È stata una fatalità, un episodio come purtroppo ne succedono in tante altre zone della città. A quanto si legge, è gente di altri quartieri che ha eseguito in piazza Nazionale questa cosa tremenda».
Davvero non ricorda episodi di violenza legati alla criminalità, in questa piazza?
«No, come sa gestiamo questo bar da una trentina d'anni e posso dire, senza temere smentite, che questa è una zona tranquilla. Prima di noi, c'erano altri gestori. Il bar esiste dal 1954, da quando hanno costruito il palazzo. Clientela tranquilla, molti vengono qui da tanto tempo. Mai una richiesta di pizzo. E l'agguato è avvenuto proprio mentre non c'erano alcuni dei nostri clienti che avrebbero certamente fatto da deterrente al killer».
A chi si riferisce?
«Mi riferisco al fatto che da noi vengono molti agenti di polizia e carabinieri. Qui ci sono uffici e loro sedi e il nostro bar è un punto di passaggio frequentato. Proprio in quel momento, non c'erano agenti. Chissà, forse il killer aveva aspettato proprio questo per mettere in atto il suo proposito».
Qual è il suo stato d'animo, otto giorni dopo l'agguato e il ferimento della piccola Noemi?
«Direi, dalle notizie arrivate dal Santobono, che finalmente il momento più difficile è passato».
Cosa avete pensato in questa settimana?
«Quello che hanno pensato quasi tutti, credo. Il nostro unico pensiero è andato sempre alla bambina, alla speranza che ce la facesse. Ora, finalmente, siamo rassicurati».
La famiglia di Noemi veniva spesso qui da voi?
«Venivano a prendere qualcosa, sì. Quel terribile venerdì, di turno alla cassa c'era mio fratello Salvatore che ha vissuto quei momenti drammatici insieme con Antonio, il cameriere che ha portato dentro la piccola, e i ragazzi che erano dietro al bancone e alla macchina del caffè, come Peppino».
Cosa le hanno raccontato?
«Quello che Peppino può qui confermare. Portata la bambina dentro, diceva che aveva male alla pancia. C'erano la mamma, la zia, la nonna, la sorellina. Le hanno fatto bere acqua e zucchero. Rispondeva, ma non si vedeva sangue. La mamma l'ha portata in bagno, per spogliarla e verificare se era successo qualcosa. Ha visto subito il sangue. Poi, c'è stata una circostanza fortuita e fortunata, che ha aiutato a velocizzare i soccorsi».
Cosa?
«C'erano qui a prendere il caffè degli operatori del 118, con l'ambulanza parcheggiata fuori. Si sono affrettati a vedere la bambina e l'hanno subito trasportata al Santobono. Questo, naturalmente, ha evitato che si dovesse chiamare un'ambulanza con ulteriori perdite di tempo. Meno male».
È stato a trovare Noemi in ospedale?
«No, né io né mio fratello ci siamo stati. A nome di tutti, è andato però il barista Roberto. Ha portato lui il saluto di tutto il personale e dei titolari del locale. L'aspettiamo qui, appena sarà dimessa dal Santobono».
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