​«Un guasto a bordo»: Schettino
si aggrappa all’ultimo salvagente

Giovedì 15 Novembre 2018 di Ciriaco M. Viggiano
​«Un guasto a bordo»: Schettino  si aggrappa all’ultimo salvagente Ciriaco M. Viggiano  Dal 12 maggio 2017 si trova a Rebibbia, dopo che la Cassazione l’ha condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per il disastro della Costa Concordia. Ora, però, la magistratura potrebbe lanciare un «salvagente» a Francesco Schettino, comandante della nave da crociera che il 13 gennaio 2012 naufragò al largo dell’isola del Giglio causando la morte di persone. Il Tribunale di Genova, al quale una coppia di passeggeri superstiti ha chiesto 150mila euro di risarcimento, ha disposto una perizia «sul funzionamento del generatore di emergenza e sul collaudo della procedura di ripartenza in emergenza a seguito del black-out» che si scatenò sulla nave dopo l’impatto con gli scogli: un documento che potrebbe fornire alla difesa del 57enne marittimo metese gli spunti necessari per invocare la revisione del processo.  
L’ISTANZA
A rivolgersi ai magistrati genovesi sono stati il 77enne romano Ernesto Carusotti e la moglie, che quella sera si trovavano a bordo della Concordia. Circa un’ora dopo l’incidente la coppia passò da un lato all’altro della nave, già al buio e in procinto di ribaltarsi, e si lanciò su una scialuppa da un’altezza di circa due metri riportando qualche contusione. Sebbene sotto choc, i Carusotti riuscirono a salvarsi e, a luglio 2017, hanno trascinato in giudizio non solo Costa Crociere ma anche Fincantieri, azienda che costruì la Concordia, e Registro navale italiano (Rina), istituto che provvede a collaudi e ispezioni in ambito marittimo. Il motivo di questa scelta risiede innanzitutto nella questione della ripartenza in emergenza a seguito di black-out, procedura che gestisce l’entrata in funzione di tutte le utenze agganciate al generatore di emergenza. Incluso, quindi, il verricello elettrico che in quella sera del 2012 non funzionò costringendo Ernesto e la moglie a lanciarsi sulla scialuppa. Per questa procedura, infatti, mancherebbe il verbale di collaudo: «Verificare l’esistenza del documento è fondamentale – sottolinea Giuliano Leuzzi, avvocato del Codacons che assiste i coniugi - poiché, al momento dell’incidente, l’intero sistema di emergenza andò in tilt». I Carusotti, inoltre, hanno citato in giudizio pure il Rina che non avrebbe svolto verifiche. Ecco perché il Tribunale di Genova ha incaricato un perito di approfondire non solo la faccenda del collaudo, ma anche il funzionamento del generatore di emergenza, cioè dell’impianto che dovrebbe consentire a un’imbarcazione di procedere in sicurezza anche in caso di black-out. 
I QUESITI
Questo sistema, il 13 gennaio 2012, operò correttamente? Il suo presunto guasto aggravò le conseguenze dell’incidente? E il Rina aveva svolto tutte le necessarie verifiche? A questi interrogativi risponderà l’esperto nominato dal Tribunale. La perizia potrebbe far emergere circostanze capaci di alleggerire la posizione di Schettino. Almeno è questa la speranza nutrita dal pool di penalisti che difende l’ex comandante della Concordia. Dopo la sentenza di Cassazione, gli avvocati non si sono rassegnati. In primo luogo hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani denunciando la sostanziale iniquità» del processo cui il marittimo metese è stato sottoposto dai giudici italiani. In più, hanno commissionato ulteriori verifiche su porte stagne e generatore di emergenza, il cattivo funzionamento dei quali potrebbe aver aggravato il bilancio del naufragio. «Questi temi non sono stati sufficientemente approfonditi durante i processi, pur avendo svolto un ruolo non secondario nel disastro», spiega il penalista Saverio Senese che difende Schettino con i colleghi Paola Astarita, Irene Lepre, Pasquale De Sena e Donato Laino.  Ultimo aggiornamento: 21:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA