«Così papà picchia mamma», la violenza ora si cura in 3D

Venerdì 24 Gennaio 2020 di Gigi Di Fiore

Inviato a Volla 

Il bambino di dieci anni guarda la tv nella sua cameretta. Il campanello della porta di casa squilla freneticamente, pigiato da qualcuno all'esterno in maniera nervosa. Poi, arriva il turno del telefono di casa. Nessuno va a rispondere. Il bambino sa che, dentro, c'è la mamma che armeggia in cucina. Sarà lei ad aprire la porta, ne è sicuro.

Quel bambino sono io, i grossi occhiali neri, che gli specialisti chiamano all'inglese «gaming glasses», mi hanno immerso in quella cameretta tenuta bene e arredata con gusto. C'è il mio lettino, la scrivania, il televisore a parete. Sono io tornato piccolo, o è il piccolo lì dentro in 3D che è entrato in me. È arrivato mio padre, forse aveva dimenticato qualcosa ed è tornato indietro.

Lo sento urlare, è già nervoso. Non sarà che si è arrabbiato perché, invece di andare ad aprirlo, ho preferito avvisare la mamma che bussavano alla porta? Preferisco non approfondire, forse dovevo rispondere al telefono e neanche quello ho fatto. Sono chiuso nel mio mondo, nella mia cameretta. Al sicuro. Meglio immergermi nei miei compiti di scuola, meglio mettermi a fare il mio dovere, non si sa mai, mio padre potrebbe arrabbiarsi ancora di più.

Urlano, sento rumori, in un crescendo. La voce di mio padre, quella di mia madre. Botta e risposta, non è la prima volta. «Sei sempre la solita, non fai mai nulla dalla mattina alla sera, stai sempre con il tuo smartphone. Una fallita, come tuo figlio che è una nullità».

Preferisco non sentire, mi tappo le orecchie. Non voglio ascoltare e meno male che c'è la tv. Alzo il volume, che mi chiude qui dentro e mi isola dai loro continui litigi. Non voglio pensare, ho solo dieci anni, non voglio credere che mio padre e mia madre non si sopportino, che possano farsi del male, che mi abbandonino. Non voglio.

Ogni occasione è un urlo, ogni pretesto un rinfaccio. Non voglio sentire, la tv non basta, sono troppo distratto per fare i miei compiti. Smettetela, smettetela, ma è come se io non esistessi. Busso, picchio forte sulla porta della mia cameretta. Ma non mi sentono, non si curano di me, come se io non esistessi, come se qui ci fosse un fantasma. Forse, mio padre pensa davvero che sono un nulla, che non vale la pena di darmi attenzione, di ricordarsi che anche io esisto, che anche io posso sentire le loro urla.

No, no, no, non resisto più a stare qui dentro, a subire questa tortura. Non sono un supereroe. Ecco, vado via. È l'unica cosa da fare. Apro la porta della cameretta e, senza guardare cosa stanno facendo i miei genitori, tiro diritto verso l'ingresso. Addio, ci vediamo dopo, continuate a litigare tanto io non vi sentirò più. Apro, corro, non sono lucido, mi scappa una lacrima, sono preoccupato, ho l'ansia, ho paura di essere abbandonato. E non guardo, non sono attento. Tiro diritto, corro, non fa nulla che non sono più sul marciapiedi. Ecco, la mia casa è dietro, voglio allontanarmi. Voglio e...si sente una frenata brusca. Inutile. Non faccio più parte della storia. Anzi, la storia in cui sono immerso, di cui ero il faro, finisce qui.

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«La vita non offre scelte multiple, farlo dopo è troppo tardi. Qualsiasi cosa tu abbia scelto, ora è relativo. Le scelte da compiere nella realtà non sono un videogioco». La scritta compare alla fine, non occorre più usare il tasto del controller per scegliere le opzioni offerte da quanto visto in tre dimensioni. Come Malcolm McDowell-Alex in «Arancia meccanica», la realtà virtuale cerca di immedesimare lo spettatore nelle sensazioni e nell'orrore della violenza. Nel film, scorrevano immagini di guerra e il criminale protagonista era costretto a guardarle fino a vomitare. Nella terapia sperimentale, messa a punto a Volla nella clinica «Villa dei Gerani» diretta da Annamaria Schena e coordinata dall'Università Federico II attraverso la docente psicologa Caterina Arcidiacono, la storia virtuale è ambientata tutta in una famiglia. Un progetto finanziato dall'Unione europea, destinato a prevenire le violenze in famiglia. Da oggi, la sperimentazione inizia con pazienti uomini che si sono rivolti ai centri antiviolenza per curarsi.

«Abbiamo pensato che l'impatto maggiore per un paziente violento fosse immergerlo nelle reazioni che ha un bambino in una famiglia dove si litiga sempre - spiega la professoressa Caterina Arcidiacono - Uno strumento di prevenzione, insomma, ma anche di cura. Esiste una cultura di giustificazione sulle tensioni familiari, che possono sempre scatenare comportamenti violenti. Capire quanto incidano su certe patologie psicologiche dei bambini è importante».

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La storia in 3D può essere indirizzata. L'immersione e il transfer nella psicologia del bambino offre due o tre risposte ai possibili comportamenti rispetto all'evoluzione di ciò che accade. Ma quando il transfer va avanti, quasi sempre la tendenza è la fuga, l'isolamento. Qualunque sia la scelta virtuale nella storia, il finale resta però sempre tragico.

«Usiamo tecnologie virtuali per curare molte patologie psicologiche infantili - dice Annamaria Schena, direttrice della clinica «Villa delle Ginestre» di cui è anche proprietaria con il marito Luigi Ugliano - Prevenire e curare, facendolo sembrare un gioco, è importante. Nel caso di questo game sulla violenza in famiglia, i pazienti sono i genitori che devono sapere come le conseguenze di alcuni loro comportamenti ricadono sulla psicologia dei figli».

L'impatto, proprio come nella terapia educativa sull'Alex di «Arancia meccanica», può provocare anche vomito o giramenti di testa. Rientrato in me, non ho avuto effetti collaterali. Ma l'impatto è forte, perché non si riflette mai sulla corretta gestione delle proprie emozioni in famiglia. Il me bambino ha scelto la fuga in ogni opzione offerta dalla storia, mai ho voluto ascoltare le parole del litigio o farmi vedere dai miei genitori impegnati a urlare tra loro. Altri transfer sono possibili per altrettanti bambini virtuali: ascoltare, correre in bagno, salutare. Il finale è comunque sempre tragico, con quella brusca frenata di auto fuori la porta di casa. È tutto virtuale, ma la realtà offre troppe storie di violenze familiari finite male. 

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