Addio a Dorotea Liguori, la «giapponese» di Torre del Greco amante del lusso

Martedì 10 Dicembre 2019 di Aniello Sammarco
Da quando, nel lontano 1946, sbarcò a Torre del Greco a soli 20 anni lasciando la sua Kobe distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, per tutti era diventata la «giapponese». Piglio forte, carattere per molti aspetti difficile ma anche un cuore sempre aperto alla solidarietà, Dorotea Liguori (nella foto) se ne è andata a 93 anni. Di fatto non si era più ripresa da una brutta caduta e, nonostante una delicata operazione, da quel giorno era costretta a letto. I funerali si svolgeranno questa mattina alle 10.30 nella chiesa di Sant'Antonio de' Brancaccio.

A Torre del Greco, la città del padre Gennaro Liguori, ha lasciato un segno. Un segno imprenditoriale, grazie alla sua azienda di preziosi nata dalla passione per il corallo che le aveva trasmesso proprio il genitore. Ma anche per l'hotel Sakura, l'albergo a cinque stelle che negli anni 2000 aveva ceduto alla Deiulemar. Un solo figlio, Amerigo, come l'amato zio, quell'Amerigo Liguori al quale è intitolato lo stadio. Oggi Amerigo jr vive per lo più in America. I lineamenti tipicamente orientali ereditati da Dorotea dalla mamma (i suoi genitori però non si erano mai sposati), ne hanno caratterizzato l'esistenza all'ombra del Vesuvio. Un'esistenza fatta di successi imprenditoriali, amori difficili (ma amava ricordare il giorno del suo matrimonio, nella chiesa di Sant'Anna, quando venne a salutarla anche Enrico De Nicola), riservatezza. Perché la scena mondana le apparteneva solo in minima parte: Capri era una metà amata, anche e soprattutto per ragioni professionali. Ma i suoi ricordi più «glamour» sono perlopiù all'estero. Ciò nonostante, alla sua villa a Torre del Greco non ha mai voluto rinunciare. Un rapporto strano quello con la città. Dei torresi amava dire: «In fondo mi amano, a modo loro». La sua vita l'ha voluta raccontare in un libro, Yaeko, uscito nel 1990. Yaeko in giapponese significa «Otto petali di ciliegio selvatico». Nel libro scrive che «forse avere tanti soldi cancella la cattiva coscienza. Nel senso che la gente ricca spesso specula sui mali dell'umanità, perché di solito è su quelli che costruisce la propria fortuna». Forse anche per questo lei si dedica alla solidarietà, fondando un'associazione. Ultimo aggiornamento: 13:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA