Vermicino, a 40 anni dalla tragedia il romanzo in ricordo di Alfredino

Giovedì 10 Giugno 2021 di Giuliana Covella
Vermicino, a 40 anni dalla tragedia il romanzo in ricordo di Alfredino

«Papà preferiva la tromba altisonante, istituzionale, da banditore, del Tg1. Questa è una sigla seria, diceva. Poi quella sera disse oh, Angela, sta scritto “edizione speciale”, e che è successo? e non parlarono più. Mamma aveva preparato gli spaghetti, ne ero goloso e divorai il mio piatto. Rialzando la testa, col muso sporco di rosso, mi accorsi subito che il piatto di papà invece era ancora pieno, la forchetta a mezz’aria tra le dita contratte. Neanche mamma aveva mangiato, gli occhi agganciati alla televisione e al volto preoccupato del giornalista che passava la linea e faceva domande al suo collega in mezzo al campo di Vermicino. Perché voi non mangiate?, chiesi con un granello di spavento in gola. Mi rispose papà con uno sssh! di quelli secchi, stretti, che non lasciano spazio a nient’altro».

L’ambiente familiare di Andrea e Teresa, genitori di due gemelli Marco e Aurora, riporta bruscamente alla memoria  la vicenda di Alfredino Rampi, caduto in un pozzo a 6 anni, nel giugno 1981. Nei giorni seguenti l’inquietudine di papà Andrea cresce senza che lui riesca davvero a spiegarsene il motivo, finché il calendario segna il 10 giugno, data di quell’evento che commosse l’Italia. Così quella sera, dopo una giornata difficile, l’uomo si mette finalmente a letto, spegnendo la luce con un clic. E lo ritroviamo imbragato, pronto per scendere a salvare quel bimbo nel pozzo. Parte da qui «Alfredino, laggiù» (Feltrinelli, pp. 272, 16 euro), con cui a 40 anni dalla tragedia di Vermicino (un paesino vicino Frascati), Enrico Ianniello, regista, traduttore e attore casertano protagonista tra l’altro su Rai 1 della fiction “Un passo dal cielo”, dov’è il commissario Nappi e sulla stessa rete della fortunata serie de “Il commissario Ricciardi”, in cui interpretava il dottor Modo, torna con il nuovo romanzo all’incidente che per 60 ore consecutive tenne gli italiani col fiato sospeso, facendo arrivare sul luogo dei soccorsi finanche l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un racconto in cui Alfredino, come un moderno Virgilio, accompagna il protagonista in un percorso tra realtà e fantasia attraverso un paesaggio interiore di ritrovata e splendente innocenza.

Perché ha scelto di narrare la storia di Alfredino?

«In realtà non la racconto, piuttosto parto da quell’avvenimento per raccontare la storia di un uomo alle prese con la sua esistenza, i suoi ricordi, il suo bisogno di ritrovare se stesso».

Com’è nata l’idea?

«Eravamo sul set della fiction “Il commissario Ricciardi” e durante la pause insieme a Lino Guanciale (il protagonista) ragionavamo sul mettere in scena a teatro “Solaris” (il film di fantascienza sovietico del 1972 diretto da Andrej Tarkovskij, ndr), dove riappaiono figure che non ci sono più. La tragedia di Vermicino per me e quelli della mia generazione è stata l’evento scatenante per farci tornare a quel periodo della nostra storia. La figura del bimbo ci riporta all’Alfredino che è in ognuno di noi».

Che ricordo ha di quella tragedia?

«Avevo 10 anni. Il mio è un ricordo condiviso della televisione accesa per ore e ore, quella che sarebbe diventata la cosiddetta tv del dolore, di voci che si susseguivano, di un’altalena tra speranza e disperazione. Per me e tutta una generazione quella tragedia segnò la fine dell'infanzia. E accadde tutto in tre giorni, con le finestre aperte per il caldo di giugno e le emittenti che diffondevano la telecronaca nei cortili e nelle strade come fossero gli Europei di calcio. L'idea era ripescare la figura di quel bambino, del quale in realtà noi non abbiamo visto nulla, solo un buco nero, qualche voce, il buio. E chiedere proprio a lui di aiutarmi a recuperare l'innocenza che avevo allora».

Perché è importante ricordare questi episodi nella storia di un Paese?

«Per ripartire da una riflessione su quegli avvenimenti e interrogarsi su cosa è cambiato. Andando a ripescare introspettivamente tutta la ricchezza interiore che ciascuno di noi ha e che spesso nascondiamo per omologarci agli altri».

Attore, regista, traduttore e scrittore: in quale veste si riconosce di più?

«Tutte. L’anno prossimo tornerò a tradurre il teatro, come già fatto in passato con diversi autori catalani, con “Vita privata”, un testo del 1932 di Josep Maria de Sagarra edito da Crocetti».

Ora è sul set in Spagna. Ci racconti.

«Da metà giugno a fine luglio (per riprendere a settembre) saremo in scena alla Biblioteca de Catalunya di Barcellona con “Filumena Maturano” di Eduardo De Filippo per la regia di Oriol Broggi. Interpreterò Domenico Soriano recitando in 3 lingue: italiano, napoletano e catalano».

Quali progetti la attendono in tv?

«In autunno sarò dietro la macchina da presa come regista di 2 puntate della nuova serie di “Don Matteo”. A marzo tornerò sul set a dare il volto al dottor Bruno Modo, il medico antifascista nel “Commissario Ricciardi”».

 

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