Avvocati, ingegneri e architetti: ​la gavetta infinita dei professionisti

Martedì 14 Settembre 2021 di Nando Santonastaso
Avvocati, ingegneri e architetti: la gavetta infinita dei professionisti

I più incavolati, e a ben ragione, erano fino a poco tempo fa i praticanti degli studi legali, in gran parte freschi di laurea e in attesa di sostenere l’esame di abilitazione alla pratica forense. Denunciarono dalle Alpi alla Sicilia di sentirsi “schiavizzati”, di ricevere cioè un modesto compenso di qualche centinaio di euro (per usare un eufemismo) a fronte di 12 ore quotidiane di lavoro sei giorni su sette. Non solo alla scrivania, beninteso: nel numero sono comprese anche le tappe ai giudici di pace o alle cancellerie del tribunale per consegnare ricorsi memorie, atti del titolare dello studio. Precari per eccellenza i giovani aspiranti avvocati, spesso rimasti così anche dopo avere ottenuto l‘accesso alla professione. Precarietà semi-infinita, fino a quando, se le cose vanno bene, non trovano qualcosa di meglio. Ma non solo loro. Perché la lettera di Gloria Marasco pubblicata ieri dal Mattino, due euro all’ora con una laurea in Ingegneria ottenuta l’anno prima, dimostra che la stessa condizione appartiene a molti altri laureati. Architetti, dottori commercialisti, psicologi, laureati in lettere e filosofia, e appunto ingegneri: e non è difficile trovare casi analoghi anche tra chi ha il diploma di laurea in Scienze infermieristiche nonostante l’assoluta emergenza determinata dalla pandemia.

Benvenuti nell’Italia dei paradossi: l’Istat proprio ieri certifica un numero consistente di occupabili introvabili da parte delle aziende mentre, dall’altra parte della barricata, c’è il Paese dei giovani con laurea di primo o secondo livello che elemosinano stage retribuiti secondo legge, chiedono opportunità di formazione degne dei loro studi, attendono tirocini gratificanti per inserirsi nel mondo del lavoro. Due realtà stridenti, come quella raccontata dai numeri ufficiali, ad esempio dell’Associazione universitaria “Sapienza in movimento”, pubblicati dall’Huffington post di recente: nel 2020 solo il 66,6% dei giovani laureati tra i 25 e i 34 anni aveva un impiego lavorativo con un tasso di disoccupazione dell’11.3%. È vero – dati Almalaurea – che l’88% degli stessi trova un impiego entro 5 anni dal conseguimento del titolo con una retribuzione di 1500 euro e una età media di 26 anni, ma è purtroppo altrettanto vero che secondo la Corte dei Conti i laureati che lasciano il Paese sono aumentati, in otto anni, del 41,8%. Un dato determinato anche dal fatto che da noi la laurea, a differenza degli altri paesi Ocse, non offre maggiori possibilità di impiego rispetto a chi ha un livello di istruzione inferiore. Non a caso nel recente studio su “La precarietà occupazionale e il disagio salariale”, condotto dalla Fondazione Di Vittorio, emerge che sono circa 5,2 milioni gli occupati con un lavoro precario involontario e un salario medio al di sotto dei 10mila euro annui. A questi si aggiungono 2 milioni e mezzo di disoccupati. «Se si considerano le due grandi crisi, quella del 2008 e quella del 2020, gli occupati dipendenti permanenti sono cresciuti solo di 15mila unità (+0,1%) mentre quelli a termine di 413mila (+18,1%). I part-time sono aumentati da 3,3 milioni a 4,2 milioni (+28%). E fra questi, la quota nettamente prevalente è il part-time involontario che aumenta dal 40,2% del 2008 al 64,5% del 2020». Insomma, ci sono 2,7 milioni di occupati che vorrebbero lavorare più ore e non ci riescono.

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Precari, e non basta. Perché, com’era inevitabile, l’effetto della pandemia non li ha risparmiati. Il rapporto di Almalaurea presentato nello scorso mese di giugno segnala infatti un calo di 4,9 punti degli occupati tra i laureati di primo livello e di 3,6 punti tra quelli di secondo livello a un anno dal titolo. Marginali invece gli effetti su chi si è laureato da cinque anni e quasi sempre conta su un posto di lavoro (la percentuale è dell’88 per cento). Una fascia che ha tenuto di più «perché già inserita in un contesto lavorativo». In definitiva la pandemia, si legge nel rapporto, «pare aver colpito non tanto la qualità del tipo di occupazione trovata, quanto le opportunità di lavoro».

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Precari, ma non sempre. E comunque meno le laureate donne, sia pure di poco, rispetto ai colleghi maschi che però, ad un anno dalla laurea, guadagnano in media 89 euro in più al mese. I dati più recenti confermano altresì che a cinque anni dal titolo il tasso di occupazione premia i laureati del gruppo informatica e tecnologia (dove, peraltro, si fa fatica a trovare tutte le competenze necessarie alle industrie di settore, stando appunto alle loro vibrate lamentele). Si tocca il 97,2% contro il 76,6% dei laureati del gruppo arte e design, ultimo nella classifica di specializzazione. Ma c’è un numero che racconta forse meglio di tanti altri cosa sono i divari in Italia anche in questo campo: se il compenso medio ad un anno dalla laurea per chi ha trovato un’occupazione ad essa afferente diverge di 161 euro mensili tra una laurea di primo livello e una di secondo, è il gruppo disciplinare a impattare in modo deciso. Dodici mesi dopo aver completato gli studi, i laureati del gruppo medico-infermieristico e farmaceutico guadagnano in media 302 euro in più rispetto a quelli del gruppo letterario-umanistico. Ne guadagnano 225 in più anche i laureati del segmento ICT (informatica e tecnologie) mentre chi lavora al Nord si mette in tasca in media 109 euro mensili in più di chi ha trovato occupazione al Sud.

C’entrerà anche questo nella protesta che si è sollevata in estate a proposito della denuncia, peraltro in parte fondata, di molti imprenditori sull’impossibilità di trovare occupabili in settori come il turismo e la ristorazione (e non solo) forse perché “garantiti” dal Reddito di cittadinanza. L’Associazione “Sapienza in movimento” ha parlato di caccia alle streghe ribattendo che «i giovani non ci stanno più a lavorare per stipendi da fame». Giusto come però è anche doveroso ricordare che l’Italia resta ai gradini più bassi per numero di laureati, specie nelle materie STEM dove le possibilità di un buon primo impiego sono decisamente alte. Lo conferma l’aumento delle richieste di curriculum alla banca dati Almalaurea da parte delle aziende. «Dopo il consistente decremento rilevato nei mesi primaverili del 2020» è scritto nel rapporto, «continuano progressivamente ad aumentare, fino a raggiungere le cifre record di quasi 117mila cv a marzo e di 115mila a maggio 2021». 
 

Ultimo aggiornamento: 17:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA