Lavoro, una bomba pronta a esplodere: 149 aziende in crisi «congelate» dal Covid

Sabato 23 Maggio 2020 di Nando Santonastaso

Erano 149 tre mesi fa, prima che il Covid-19 diventasse l’assoluto protagonista della scena. Diventeranno, si teme, molte di più quando l’emergenza sanitaria cesserà. Quante è difficile prevederlo: ma che le vertenze del sistema produttivo, gestite dal ministero dello Sviluppo economico, siano destinate a lievitare non sembrano esserci molti dubbi. Questione di pochi mesi, settembre al massimo, e si capirà meglio. «La fine della cassa integrazione rischia di fare esplodere i licenziamenti e la tensione sociale, soprattutto al Sud. I segnali che arrivano da alcune multinazionali sono un indicatore chiaro ma il sindacato non si farà trovare impreparato» dice Giovanni Sgambati, segretario regionale della Uil Campania, riferendosi indirettamente ai licenziamenti collettivi annunciati dal gruppo Jabil a Marcianise per 190 lavoratori. Il pericolo di un effetto-domino c’è tutto, dal Nord al Mezzogiorno: i 149 tavoli di crisi, solo in apparenza congelati dal Coronavirus (in realtà ci sono state da marzo all’altro giorno riunioni in call per alcune vertenze, tutte interlocutorie) coinvolgono infatti 250mila lavoratori. E per la maggior parte, i nodi verranno al pettine, Covid o no, proprio nelle prossime settimane.

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Ottobre, ad esempio, è il mese limite stabilito da Whirlpool per la sua permanenza a Napoli. Ma la fine degli ammortizzatori sociali si annuncia già decisiva per il futuro di ArcelorMittal a Taranto e a Cornigliano o della Treofan di Terni del gruppo siderurgico Jindal, che ha già dismesso lo stabilimento di Battipaglia. E intanto proprio in queste ore tornano in primo piano le preoccupazioni per le sorti del gruppo Dema, la società di costruzioni aeronautiche che opera tra Campania e Puglia, alle prese con una crisi irrisolta da mesi che mette in forte pericolo 700 posti di lavoro. Ma cosa succederà quando l’ombrello protettivo della Cig ordinaria cesserà per le aziende che al Mise non ci sono ancora approdate ma che potrebbero arrivarci in autunno? Il numero appare potenzialmente di gran lunga superiore alla luce dell’incredibile numero di lavoratori che sta usufruendo degli ammortizzatori sociali, molti senza averli ancora percepiti. La sensazione è che i settori produttivi colpiti saranno soprattutto manifatturieri, e che senza una misura specifica per salvarli, almeno in parte, si assisterà ad uno stillicidio di fallimenti e di chiusure.

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I “VECCHI TAVOLI”
Ilva, Jabil, Whirlpool, Blutec (a Termini Imerese, dove sorgeva un tempo lo stabilimento Fiat), Wanbao, Safilo, Embraco, Jindal Piombino, Bekaert, SyderAllois (ex Alcoa): prima del Covid-19 c’erano loro ai primi posti del lungo elenco di vertenze aperte. Dopo, ci saranno ancora. Timidi e comunque non significativi i passi in avanti (se così si possono chiamare rinvii, verbali e sollecitazioni dei singoli tavoli in questi mesi) di ognuna di esse. L’unica buona notizia, si fa per dire, è che la pandemia ha impedito lo stop alle trattative ma la decisione di Jabil dimostra che nemmeno il blocco dei licenziamenti, deciso dal governo, è servito a scongiurare l’ipotesi peggiore. I numeri dicono che per la stragrande maggioranza (quasi il 70%) questi tavoli sono aperti da tre anni e 28 da ben 7 anni. L’Italia senza politica industriale è tutta in queste cifre. Ma quelle relative ai rari esempi di riconversioni riuscite, la racconterebbero anche meglio. 

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ALLARME SIDERURGIA
È il comparto che sembra anticipare in questa fase una nuova ondata di crisi. Scioperi, cortei e proteste sono già realtà dalla Liguria alla Puglia. È tornata a farsi sentire forte, infatti, la sensazione che a novembre il più grande gruppo mondiale dell’acciaio ArcelorMittal possa dire definitivamente addio all’Italia, dove lavorano circa 10mila addetti, 8mila a Taranto. Lo stesso governo sembra ormai esserne consapevole. Di fatto del piano industriale degli indiani non c’è traccia mentre il calo di fatturato nel primo trimestre, peraltro iniziato prima della pandemia, sfiora il 23%, con una perdita di oltre un miliardo di dollari. L’accordo di marzo con il governo consente loro di sfilarsi con circa 500 milioni ma a preoccupare è la confusione che circonda una anche minima ipotesi alternativa per il sito e i suoi occupati. È la stessa angoscia che si taglia a fette a Terni, nonostante le rassicurazioni fornite dall’ad di AST, punto di riferimento del polo siderurgico inossidabile italiano: secondo alcuni, la capogruppo Thyssenkrupp starebbe cercando un nuovo partner internazionale e non escluderebbe la cessione del sito umbro. Ma anche a Trieste dove, dopo 123 anni, è stato spento per esigenze ambientali l’impianto siderurgico della Ferriera, la cosiddetta Ilva del Nord, l’allarme è già suonato per i 580 lavoratori: il piano di riconversione doveva essere presentato e discusso a marzo, il Covid-19 ha congelato anche quello. Morale: il ridimensionamento di uno dei settori più strategici dell’industria nazionale sembra avanzare a grandi passi. 
 


LE CRISI ANNUNCIATE
C’è solo l’imbarazzo della scelta, perché l’emergenza sanitaria ha risparmiato solo pochi settori (come l‘agroalimentare e il farmaceutico). Il report di Scouting Capital Advisors su un campione di 445mila società di capitali attive e con patrimonio netto positivo, parla di perdite per 42 miliardi di euro per il 22,5% di esse operanti nei settori edile e immobiliare, automotive e trasporti, commercio. Secondo una ricerca di Mc Kinsey, poi, i comparti più danneggiati dalla chiusura economica e a rischio di ripartenza sono quelli che contano il maggior numero di lavoratori senza studi universitari, dal retail al turismo, alla ristorazione. Non è una bella notizia in assoluto, non lo è soprattutto per il Mezzogiorno: perché è qui che lavorava la maggiore percentuale di addetti di questi settori. 
 

Ultimo aggiornamento: 11:54