«L'impegno nella memoria
per restituire dignità a mio padre»

di Carmela Borriello *

37 anni fa moriva mio padre, Michele Borriello, 24 anni.

Nel pomeriggio del 17 novembre del 1981, in una tenuta di Villa Literno, fu rinvenuto il suo cadavere insieme a quello di un altro uomo.

Pochi proiettili, frutto di una follia sconsiderata e illegale, posero fine alla sua giovane vita, rubando il suo futuro insieme a quello delle persone che lo amavano.

Dalla scarna cronaca dell’epoca emerse unicamente che la sua morte fu straziante, sopraggiunta solo dopo una lenta e lunga agonia, a differenza dell’altro uomo, vero obiettivo dei killer, colpito alla nuca come avviene durante un’esecuzione.

Mio padre fu ucciso perché ritenuto testimone scomodo di quel delitto.

Quel giorno lui non avrebbe mai potuto immaginare che avrebbe incontrato la morte, che qualcuno avrebbe scritto la sua storia.

Io ero troppo piccola per poter avere coscienza dello sgomento che ne scaturì e dell’incredulità che provocò un avvenimento così lontano dalla onesta e semplice esistenza di mio padre e della mia famiglia.

Io l’ho conosciuto per troppo poco, ho potuto condividere momenti che non sono rimasti nella mia memoria, so poco di lui e la sua voce non la rammento, le mie mani ieri come oggi sono vuote del suo calore e i miei ricordi privi della sua persona e a volte non riesco nemmeno a immaginarlo perché il tempo dalla sua perdita ha superato anche tutto ciò che potrei sforzarmi di rievocare.

Per anni sono stata chiusa in una bolla, eludendo di affrontare i sentimenti che mi scaturivano da una mancanza cosi indispensabile; ma il tempo che scorre, che scandisce la crescita di un bambino, di un adolescente e di un giovane adulto poi e lo sviluppare la consapevolezza dell’assenza di un genitore, che si va delineando, ingrandendo e radicando, divenne inevitabilmente terreno fertile di una sofferenza profonda, di un tormento implacabile, di una angoscia a cui non riesci e puoi sottrarti.

Io ho compreso solo attraverso un cammino fatto di ripetute cadute e replicate rese, vissute nel silenzio più assordante, quanto potesse essere fondamentale per me stessa non sentire l’odio che ho provato verso coloro che mi hanno privato di quanto ognuno ha diritto dalla nascita, l’amore dei propri genitori.

Il concreto impegno di Libera e il supporto offertomi dalla Fondazione Polis e da coloro che sostengono i familiari delle vittime innocenti della criminalità sono stati fondamentali per iniziare a credere in valori nei quali non avevo fiducia.

La ricerca della legalità ed il bisogno di giustizia per l’assoluta innocenza di ogni singola vittima, per placare la spasmodica sete di verità che mi assaliva, è stata l’unica reazione per non soccombere, l’unico sforzo che sono riuscita a fare per me stessa e per la memoria di chi mi è stato tolto. Ripartire anche se il dolore non evita di venirti a cercare, né lo cancelli, ma esiste ed è sempre pronto a farti barcollare e perdere l’equilibrio perché non c’è niente di accettabile in ciò che lo ha provocato in maniera così assurda.

Reiniziare dallo strazio di una perdita cosi violenta e crudele, ingiusta e gratuita, accettare la convivenza con un dolore che rimane identico e intatto nonostante la vita sfacciatamente prosegua, ma che può essere sollevato dall’impegno nella memoria, dalla dignità restituita all’innocenza, dalla condivisione con chi ha subito lo stesso dramma, cercando e trovando un senso al proprio esistere, ricordando che non si muore mai, neanche nella vita terrena se si continua a vivere nella memoria e nel ricordo di chi resta.

Mio padre non potrà tornare, non potrò mai stringergli le mani e chiedergli di aiutarmi per qualsiasi necessità di figlia. Sarà sempre come se mi mancasse un pezzo di un puzzle, quello che non si trova mai, magari perché qualcuno l’ha buttato via, magari perché ha una difetto di fattura. La vita è stata così ingiusta, sottraendo ciò per cui vale la pena essere vivi, rubando le occasioni, le persone importanti.

Ma l’ingiustizia vissuta rende più umana e dignitosa la mia pena, perché so che chi ha vinto non sono coloro che hanno ucciso mio padre, destinati ad essere giudicati dalla loro coscienza e da Dio.

Il vuoto che è tra di noi è ciò che più ci unisce, in una conoscenza che mi porta a volergli bene, per tutto ciò che non abbiamo mai fatto insieme. L’amore non dipende da nessuno sguardo e da nessun numero infinito di ore passate insieme. Gli voglio bene lo stesso, nella maniera che ho imparato da sola. Gli voglio bene senza ricordarmi di lui, senza avere niente di lui.

Il suo ricordo è diventata la mia memoria, insieme a quella di tutte le vittime innocenti. La memoria stessa e il raccontare la sua vicenda sono necessità morale, dovere interiore e strumento concreto di impegno affinché questa storia come le altre non sia dimenticata.

La memoria è l’unico modo di guardare al futuro con nuova e rinnovata speranza.

* Figlia di Michele Borriello, ucciso il 17 novembre 1981
Lunedì 19 Novembre 2018, 06:00
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