LUIGI DI MAIO

Spadafora: «Il voto? Abituati agli scossoni. E Di Maio non tornerà capo»

Sabato 25 Gennaio 2020 di Simone Canettieri
Spadafora: «Il voto? Abituati agli scossoni. E Di Maio non tornerà capo»

Ministro Vincenzo Spadafora, il M5S riuscirà a vedere la luce il fondo al tunnel?
«Certo. C’è grande fermento e la voglia di metabolizzare il duro colpo delle dimissioni di Luigi Di Maio per ripartire».
Voi “colonnelli” siete già schierati l’uno contro l’altro per gestire la nuova fase?
«Nessuna guerra. Adesso stiamo pensando agli Stati Generali di marzo, dove si confronteranno visioni diverse di governance e lì ci sarà il confronto. Una volta deciso il modello, partirà la competizione».
Ma bisognerà ripetere l’esperienza del capo politico o è meglio una gestione collegiale? 
«Entrambe le cose vanno bene. Ma una forza politica non può non avere una figura riconoscibile».
Quindi il capo politico deve rimanere?
«Chiamatelo come volete, può essere un presidente o un segretario. Luigi aveva approvato già il varo del Team del Futuro, poi decideremo se intorno al nuovo vertice dovrà nascere un’ulteriore struttura. Giusto per chiarire: la definizione “capo politico” in qualche modo era obbligatoria con la legge elettorale del 2018. Di sicuro però serve un vertice».

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Di Maio si ricandiderà?
«Se conosco bene Luigi, e lo conosco bene, non lo farà: la decisione che ha annunciato l’ha presa dopo una lunga riflessione. Mi sento di escludere la sua ricandidatura dopo gli Stati generali».
Lei parla di scelta ponderata, ma perché un leader si dimette a quattro giorni da un appuntamento cruciale come quello delle elezioni in Emilia Romagna?
«Le cose non sono connesse. Non c’è nessun tatticismo e non ci saranno ripercussioni sul voto delle regionali».
Ma così Di Maio ha dato a Salvini e al centrodestra un elemento di propaganda in più nel rush finale. Secondo lei il Pd ha apprezzato questo tempismo?
«Dall’interlocuzione di questi giorni con i colleghi nessuno è spaventato. Luigi non ha sbattuto la porta e ora non si metterà a picconare la maggioranza».
Non farà il D’Alema della situazione vuole dire?
«Più che altro direi non farà il Renzi della situazione. Luigi, e mi assumo la responsabilità di interpretare il suo pensiero, non ha in mente minimamente altri percorsi fuori dal Movimento. Il giorno dopo le sue dimissioni era in campagna elettorale».
Il tempismo rimane sospetto.
«Lo dice chi da mesi forza la mano per farlo lasciare».
Per tutelare il governo, gli elettori del M5S dovrebbero procedere con il voto disgiunto barrando il nome Bonaccini come presidente?
«Io sostengo con forza il nostro candidato, i cittadini nel segreto dell’urna decideranno».
Se vincerà Salvini quali contraccolpi ci saranno per il governo?
«Allora, questo governo è nato da un contraccolpo e nel caos per via del ritiro della fiducia da parte di Salvini: non teme scossoni. E fino a quando durerà, e auspico fino alla fine della legislatura, non vivrà momenti sereni».
Insistiamo: se vince la Lega le ripercussioni saranno gravi.
«Auspico che non vinca, ma non vedo ricadute».
Renzi ha già detto: comunque vada da lunedì bisognerà cambiare.
«Renzi ha due ministre molto valide, la collaborazione con Iv funziona, lunedì semmai ci dirà cosa per lui non va».
Tra Bonafede e Patuanelli chi preferisce come nuovo capodelegazione?
«Sono entrambi bravi e capaci, prima del prossimo Cdm decideremo».
Paola Taverna nuovo capo politico?
«Non mi permetto di bruciare o indicare Paola come leader. Ci sono tanti nomi. Ora c’è Vito Crimi, intanto».
Il M5S deve stare nel campo progressista o continuare a essere ago della bilancia?
«Se ne parlerà agli Stati generali: questa volta non si uscirà con un compromesso».
Ma lei dove colloca il M5S?
«Io mi sento più a mio agio con questo governo, ma se non partiamo dal nostro rafforzamento tutto diventa inutile. Sposo l’idea dell’ago della bilancia e contrasterò sia chi tifa per la spaccatura o per la sparizione del Movimento sia chi spera di inglobarlo».
Rousseau deve essere inglobato dal Movimento?
«La piattaforma è importante, secondo me dovrà cambiare con modalità e forme diverse che tengano presente le perplessità dei gruppi parlamentari per tenere insieme la democrazia diretta e la crescita del Movimento».
 

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