Bus dirottato, Rahmi eroe a 13 anni: «Ho nascosto il telefonino per dare l'allarme»

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di Claudia Guasco

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 A vederli correre dietro al pallone, nella palestra dell'istituto Margherita Hack di San Donato dove sono seguiti dagli psicologi, sembrano alunni al ritorno da una gita. Invece sono dei sopravvissuti: «Abbiamo pensato che saremmo morti, che era l'ultimo giorno della nostra vita», confessa Luca, dodici anni e felpa bianca annerita dal fumo. «Ci ha ammanettati e ci minacciava. Diceva che se ci muovevamo, versava la benzina e accendeva il fuoco». Alla fine lo ha fatto davvero, ma i carabinieri sono riusciti a far scendere in tempo tutti i ragazzini, che di quell'ora da ostaggi hanno un ricordo nitido e terribile. «Avevamo tantissima paura di morire». Era quello che voleva Ousseynou Sy, che gridava come un ossesso «oggi da qui non esce vivo nessuno, dovete morire tutti vuoi italiani». Ma non ha fatto i conti con Rahmi, tredici anni, che per primo ha chiamato i soccorsi dal pullman a sequestro in corso.

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«Era lucido, è stato furbo - racconta il suo amico Adam, 12 anni, seconda B - L'autista ha fatto raccogliere tutti i telefoni, ma lui ne ha tenuto uno e poi ha chiamato i carabinieri. Poi anche io ho richiamato, ho fatto il 112 e abbiamo cercato di spiegare dove eravamo». Intanto un'insegnante riesce a contattare la scuola: «Sentivamo le urla dei ragazzi, le loro richiesta di aiuto. È stato terribile», ricorda la preside Cristina Rabbaglio. Nel frattempo a bordo un ragazzino eroe ha preso in pungo la situazione. «Rahmi ci diceva: State calmi, la polizia sta arrivando, poi abbiamo anche provato a rompere il vetro con i calci, mentre lui guidava, e facevamo i segni dal finestrino indicando 1-1-2, sperando che le persone fuori li vedessero», raccontano i compagni. Dopo la telefonata ai carabinieri, Adam riesce a contattare i genitori, è in lacrime: «Ho detto a mio papà che c'era un uomo che voleva ucciderci, dovevano chiamare la polizia. Poi ho riattaccato subito perché l'autista si è fermato e ho avuto paura succedesse qualcosa di brutto». Quando i militari bloccano il bus la scena è angosciante: «I bambini bussavano sui vetri, battevano, chiedevano aiuto - dice il tenente Valerio Azzone - e noi siamo riusciti a tirarli fuori mentre l'attentatore aveva già rimesso in moto il mezzo, perché aveva capito che dei bambini stavano uscendo». Ma loro ce l'hanno fatta e, tra le fiamme alte e il fumo denso, si sono abbracciati piangendo guardando la carcassa del pullman.
 
Giovedì 21 Marzo 2019, 07:59 - Ultimo aggiornamento: 21-03-2019 12:53
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