No all'ergastolo, Cutolo e Zagaria
già pronti a chiedere i permessi

Giovedì 10 Ottobre 2019 di Mary Liguori

Da un lato la Corte europea dei diritti dell'uomo, dall'altro la Consulta. Mancano dodici giorni al verdetto della Corte costituzionale sul ricorso del boss di Cosa nostra Sebastiano Cannizzaro, condannato all'ergastolo per mafia, omicidi e soppressione di cadavere. Elemento di spicco del clan Santapaola ritiene di avere diritto ai permessi premio. Un principio che ha fatto già valere dinanzi alla Cedu Marcello Viola, pluriomicida contro il cui ricorso si è appellata, perdendo, l'Italia. Dopo il rigetto di Strasburgo, due giorni fa, la sentenza della Consulta, attesa per il 22 ottobre, rappresenta un altro spartiacque in materia di diritti dell'uomo e di ergastolo ostativo. E più ergastoli di Ferdinando Cesarano, in Italia, non li ha presi nessuno. Sono trenta e li sta scontando a Opera, dove è detenuto dal 2002. Secondo la magistratura italiana, neanche il 41bis è sufficiente a renderlo inoffensivo: nei suoi confronti sono applicate da tempo anche altre misure straordinarie di sorveglianza.

 

Il «trattamento speciale» riservato dallo Stato italiano al capoclan di Castellammare di Stabia trae origine dal suo furioso passato. Il 22 giugno del 1998, l'allora colonnello della cosca di Carmine Alfieri fu protagonista di una clamorosa fuga dalla gabbia dell'aula bunker di Salerno. Insieme a Giuseppe Autorino, si infilò in un tunnel che dava su un prato a trenta metri dalla tangenziale di Salerno dove i due tagliarono la corda prima con una Fiat Uno, poi in sella a una potente motocicletta. Negli annali della camorra, le loro gesta rischiarono di superare addirittura quelle di Raffaele Cutolo, che scappò dal manicomio criminale di Aversa facendo saltare in aria il muro di cinta.
IL CAPOCLAN STABIESE
Cesarano per i giudici italiani è talmente pericoloso che il carcere duro non basta. Per questo ha continuato a battersi per i suoi diritti, si è diplomato in carcere, ha preso due lauree e ha discusso una tesi sul 41bis. Lo difende, da sempre, il penalista Antonio Cesarano, e il boss è assistito anche da un team di avvocati specializzati in esecuzioni che già affilano le armi per consentire al capoclan, oggi 65enne, di riabbracciare la moglie, una maestra in pensione, la figlia avvocato, i generi imprenditori, il figlio commerciante. Tutti ancora residenti a Castellammare, il fortino di Cesarano. Il boss stesso studia la materia insieme ai legali e si prepara a chiedere alla Cedu il riconoscimento dei suoi diritti umani. Benché il carcere duro non consenta reali possibilità rieducative, come l'Europa contesta da anni all'Italia, il pluriergastolano, spiegano gli avvocati, ha dalla sua gli studi condotti con successo in carcere che testimoniano, a loro parere, una volontà di riscatto.
CUTOLO E I CASALESI
Cesarano non è il solo pronto a dar battaglia allo Stato italiano sul suolo propizio di Strasburgo per poi appellarsi ai tribunali di sorveglianza cui spetterà, ovviamente, l'ultima parola caso per caso. Oltre a Raffaele Cutolo, Giuseppe Setola, Michele Zagaria, ci sono i fratelli boss Pasquale e Salvatore Russo, di Nola, catturati nel 2009 dopo vent'anni di latitanza, detenuti a Sassari e Spoleto al 41bis con cinque ergastoli a testa. Se Pasquale sembra aver avuto in questi anni una condotta irreprensibile, Salvatore non è sempre riuscito a domare il suo caratteraccio: una volta ha litigato con gli agenti che lo avevano ripreso per aver fatto «ciao» con la manina a un altro detenuto. Il 41bis proibisce qualsiasi contatto, anche solo visivo, con altri carcerati. Lo strapotere che ebbero i Russo a Nola s'evince dalle indagini sulla loro latitanza: collaboravano a depistare le ricerche, volenti o nolenti, decine di loro concittadini, costretti a cedere le proprie auto ai familiari dei boss per consentir loro di incontrarsi con i due latitanti senza pericolo di essere intercettati, visto il rischio della presenza di cimici nelle macchine di famiglia. I due fratelli, difesi dall'avvocato Lucio Sena, sognano di tornare a Nola, nella loro Masseria Olivella, almeno per qualche ora. E faranno ricorso alla Cedu, come tanti altri loro «colleghi» sepolti vivi nei superpenitenziari e finora senza speranza alcuna di poter passare almeno un giorno fuori dalla cella.
Ma non ci sono solo gli ergastolani in fila per Strasburgo. La materia dei diritti umani è ampia e trovare un cavillo potrebbe essere d'ora in poi molto meno difficile. Ne è certo l'avvocato di Rosaria Pagano, sorella del boss scissionista di Secondigliano, Cesare, e cognata dell'altrettanto temibile ras Lello Amato. Il penalista Luigi Senese ha chiarito che subito dopo il verdetto della Consulta, si attiverà per far valere i diritti del capoclan in gonnella. La Pagano è una delle sei donne al 41bis. Il carcere duro per lei è scattato al momento dell'arresto, tre anni fa. Prima, quindi, della condanna a vent'anni rimediata in primo grado. E sulla custodia cautelare al 41bis la battaglia, in Europa, è aperta da anni.
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Ultimo aggiornamento: 19:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA