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Guerra, come si arriva alla pace? L'ex consulente Usa: «Zelensky non può vincere. Cedere territori? Il popolo ucraino non lo accetta»

Sabato 28 Maggio 2022 di Anna Guaita
Guerra, come si arriva alla pace? L'ex consulente Usa: «Zelensky non può vincere. Cedere territori? Il popolo ucraino non lo accetta»

Il primo ad aprire la porta è stato il New York Times con un editoriale in cui si ipotizza che l’Ucraina possa dover prendere «decisioni difficili» e cioè sacrificare porzioni di territorio per evitare una escalation della guerra. Poi Henry Kissinger ha avanzato la proposta di simili concessioni territoriali, e infine l’ex capo supremo della Nato in Europa, l’ammiraglio James Stavridis ha suggerito che l’Ucraina rinunci a un 10 per cento della propria terra, come fece la Finlandia nel 1939, dopo la guerra contro l’Unione Sovietica, in una situazione molto simile a quella che l’Ucraina sta vivendo oggi contro la Russia. Il tema è al centro del dibattito, a metà strada tra diplomazia e strategia militare. Ne parla anche Aaron David Miller decano della Carnegie Endowment for International Peace, ed ex consulente di presidenti sia democratici che repubblicani.

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Dopo interventi di questo calibro pensa che stia montando una nuova corrente?
«Kissinger, Stavridis e il Nyt hanno ragione. Non possiamo accettare un conflitto senza una fine. Sembra che nessuna delle due parti possa vincere. Dopo tre mesi di guerra, i titoli sono che la performance militare russa è stata orribile e che gli ucraini - sostenuti da un pacchetto di aiuti senza precedenti nella storia recente - hanno creato una situazione in cui Putin non può fare i suoi goal. Ma Zelensky, nonostante tutti gli aiuti, non può sconfiggere la Russia. Capisco e condivido i sentimenti morali che spingono Kissinger a proporre che l’Ucraina accetti di cedere dei territori pur di ottenere la pace. E se devo dire la verità penso che nel profondo del suo cuore Zelensky sia il più aperto all’idea del compromesso. Non sappiamo invece quel che pensa Putin. Anzi, posso dire che di lui è più ciò che non sappiamo di quel che sappiamo».  

Come può il mondo contribuire a sbloccare la situazione e a portare le due parti a un tavolo?
«Facendo pressioni, sempre e insistenti. Ma non basta l’Occidente»

Allora? La Cina?
«La Cina potrebbe avere un ruolo, se vede che Putin è in difficoltà: di certo non vorrà vedere il suo alleato troppo indebolito». 

Lei ha partecipato a tanti negoziati ai massimi livelli, ci può spiegare quali devono essere le condizioni che spingeranno tutte e due le parti a negoziare?
«In diplomazia diciamo che il momento in cui si può proporre il dialogo è quello in cui le due parti combattenti si trovano in uno “stallo doloroso”. Quando cioè il vantaggio di fermare le ostilità è maggiore della sofferenza che queste causano, quando lo status quo diventa intollerabile». 

Ci siamo vicini?
«Al momento nessuno dei due combattenti pensa ancora di essere in una situazione intollerabile. Zelensky è sotto la pressione del suo popolo, che ha subito l’incredibile e selvaggia brutalità delle truppe russe, che ha perso tante vite e accumulato tante sofferenze e non vuole fermarsi. Zelensky al momento non ha abbastanza ragioni per giustificare davanti alla sua stessa gente la resa di parte del proprio territorio. Dall’altra parte Putin deve poter giustificare agli occhi del suo popolo questa incompetente invasione, e lo potrebbe fare solo conquistando più territorio di quanto non ne avesse già preso nel 2014, prima dell’invasione del 24 febbraio. E non dimentichiamo Biden: se facesse propria adesso una proposta conciliante verso Putin, apparirebbe debole, sarebbe accusato di appeasement». 

C’è una ricetta che possa funzionare?
«Bisogna trovare proposte che diano a entrambe le parti combattenti il modo di dire che hanno vinto. Come ci ha insegnato proprio Kissinger, evitare che uno dei combattenti perda la faccia. Nella diplomazia una volta che si è trovata una proposta valida, bisogna anche saper trovare il momento opportuno e saper incaricare un mediatore che abbia la statura e l’abilità necessaria. Possiamo tutti insieme cercare di spingere le parti, ma dobbiamo restare uniti per avere la forza. Se un Paese agisce indipendentemente non solo fa perdere credibilità e autorevolezza all’alleanza dell’Occidente, ma rischia di creare una situazione anche più pericolosa, un congelamento della guerra, più o meno quello che successe in Corea: una guerra mai finita, con la penisola divisa fra Corea del nord e Corea del sud». 

Ultimo aggiornamento: 11:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA