Il neo governatore della Catalogna:
«È Puigdemont il nostro presidente»

Quim Torra, nuovo governatore della Catalogna
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di Paola Del Vecchio

Madrid. “Il nostro presidente è Puigdemont. Visca Catalunya llure!’, viva Catalogna libera! Sono state le prime parole pronunciate dal nuovo governatore della Catalogna, Quim Torra, dopo l’elezione sul filo di lana, con 66 voti indipendentisti di JXCat ed Erc contro i 65 degli unionisti e Unidos Podemos, e l’astensione dei 4 deputati dell’anticapitalista Cup. La sua investitura pone fine a sei mesi e mezzo di paralisi, dal referendum unilaterale del 1 ottobre, seguito dal commissariamento della regione e dalle elezioni indette il 21 dicembre scorso dal governo centrale.  Ma nessuno in Spagna crede che l’elezione dell’avvocato ed editore di 55 anni, di incrollabile fede indipendentista - già leader del motore secessionista Omium Cultural e direttore del Born Centre di Memoria, museo civico barcellonese riconvertito in tempio patriottico - serva a riportare la Catalogna alla normalità istituzionale.

Indicato a dito da Puigdemont, dopo la rinuncia forzata di 3 candidati imputati o in carcere per ribellione, Torra ha promesso “una repubblica per tutti”. E ha insistito nel discorso programmatico sulle “tre vie di azione repubblicana” che tuteleranno il suo governo nella legislatura: il Consiglio della repubblica in esilio in Belgio e Germania, il “presidente legittimo” a Berlino e il “processo costituente”, promosso dalla società civile soberanista. Prima di assumere le funzioni, volerà da Puigdemont a prendere istruzioni. E al ritorno dovrà cercarsi un ufficio al palazzo della Generalitat, perché si è impegnato a non violare il santuario presidenziale. Ma non sarà promotore di una disobbedienza aperta, come nella precedente legislatura. Il suo mandato, che ha definito provvisorio, è soggetto infatti a molte altre ipoteche: quella di parte dello stesso gruppo di JXCat e di Esquerra Republicana (Erc), che hanno rinunciato a posizioni frontiste per tentare di “ampliare la maggioranza sociale”, anche a favore della liberazione dei leader detenuti. Quella della Cup, che gli ha garantito l’elezione ma non la governabilità, e reclama il mandato ricevuto dal referendum secessionista. Ma, soprattutto, la tutela giudiziaria e dell’esecutivo centrale, pronto a riattivare l’articolo 155 della costituzione. E’ probabile che la disobbedienza si nutrirà di soli atti simbolici, come quello di Roger Torrent, il presidente del Parlament, che non chiederà udienza al re Felipe VI per comunicare l’elezione del governatore – uno schiaffo alla consuetudine e autorità del capo dello Stato – ma lo farà per lettera.

Mariano Rajoy, che ha fatto appello “alla tranquillità e alla concordia”, ha convocato per oggi stesso alla Moncloa il leader socialista Pedro Sanchez, e quello di Ciudadanos, Albert Rivera, per analizzare gli scenari. “La situazione si aggrava” secondo il partito arancio, che esige al premier prolungare il commissariamento della regione. Rajoy in ogni caso, valuterà “i fatti e non le parole”. E ha garantito una risposta costituzionale a una nuova violazione della legge da parte del neonato govern. Per il presidente dei Popolari, tallonato dal giovane Macron spagnolo, il margine di manovra si riduce sempre di più, costretto a scegliere fra il minore dei mali per evitare un immediato ritorno alle urne in Catalogna – dove il Pp ha una presenza testimoniale - che vedrebbe rafforzata la maggioranza indipendentista, oggi al 47% della Camera catalana. Per di più, a livello nazionale, l’ultimo sondaggio di Metroscopia per El Pais, conferma quella che è ormai una tendenza di lungo termine: lo storico sorpasso di 10 punti di Ciudadanos, (col 29,1% rispetto al 13% ultime elezioni), sul partito conservatore, che tracolla al 19,5% dal 33% ottenuto nel 2016, scivolando al terzo posto, perfino dietro Podemos (19,8%); mentre i socialisti, con il 19%, sono relegati in quarta posizione. Il 55% degli spagnoli vorrebbe elezioni subito e il 65% dell’elettorato popolare non vuole Rajoy come candidato.

Nell’cammino verso un recupero dell’agibilità istituzionale in Catalogna, Rajoy tenta di contenere i danni provocati dalla sua politica immobilista. Mentre, con un colpo al cerchio e un altro alla botte, il neo governatore catalano Quim Torra ha evitato di impegnarsi sulla via unilaterale che esige la Cup. E ha promesso, allo stesso tempo,di rilanciare l’Agenzia tributaria catalana e misure socioeconomiche, come il reddito di cittadinanza e un salario minimo professionale di 1.100 euro, oltre a recuperare le 16 leggi sociali ‘cassate’ dalla Corte costituzionale. Ma il nazionalismo catalano “escludente e identitario” è stato duramente attaccato dall’opposizione. Ines Arrimadas, la leader di Ciudadanos primo partito nella regione, gli ha rinfacciato i twitts offensivi degli spagnoli. E ha riletto nell’emiciclo interi brani degli articoli in cui l’editore-giornalista chiama “bestie, carogne, vipere, iene, che distillano odio” gli spagnoli non indipendentisti, che “ripugnano qualunque espressione di catalanità”. E sia il segretario socialista Miquel Iceta, che il leader di Unidos Podemo, Xavier Domenech, hanno intimato a Torre di dire apertamente cosa pensa dei catalani che si sentono spagnoli, mettendo in dubbio che da presidente della Generalitat “possa rivolgersi ai 7,5 milioni di cittadini della Catalogna”. 
Lunedì 14 Maggio 2018, 19:57 - Ultimo aggiornamento: 15-05-2018 10:16
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