Mafia, il boss accusa Berlusconi:
«Lo incontrai tre volte mentre ero latitante»

Venerdì 7 Febbraio 2020
Mafia, il boss Graviano: «Incontrai Berlusconi tre volte mentre ero latitante». Ghedini: «Accuse irreali»

«Silvio Berlusconi l'ho incontrato tre volte a Milano mentre ero latitante». Lo ha detto il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, già condannato all'ergastolo, deponendo in videoconferenza nel processo «'ndrangheta stragista», in cui è imputato, in corso di svolgimento a Reggio Calabria. Graviano sta rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.

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«Le dichiarazioni rese quest'oggi da Giuseppe Graviano sono totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà nonché palesemente diffamatorie». Lo afferma in una nota il legale di Silvio Berlusconi, l'avvocato Niccolò Ghedini. «Si osservi - prosegue - che Graviano nega ogni sua responsabilità pur a fronte di molteplici sentenze passate in giudicato che lo hanno condannato a plurimi ergastoli per gravissimi delitti».
«Dopo 26 anni ininterrotti di carcerazione improvvisamente il signor Graviano rende dichiarazioni chiaramente finalizzate ad ottenere benefici processuali o carcerari inventando incontri, cifre ed episodi inverosimili ed inveritieri. Si comprende, fra l'altro, perfettamente l'astio profondo nei confronti del Presidente Berlusconi per tutte le leggi promulgate dai suoi governi proprio contro la mafia. Ovviamente saranno esperite tutte le azioni del caso avanti l'autorità giudiziaria».

«Già nel 1992 Berlusconi annunciò a mio cugino Salvo che voleva entrare in politica. Io non lo incontrai - dice - ma lo incontrò mio cugino Salvo a cui Berlusconi parlò di questo progetto di entrare in politica».

STRAGI ISLAMICHE
«In Italia non ci sono state stragi islamiche anche grazie a Totò Riina», ha detto ancora Giuseppe Graviano. 

ERGASTOLO
E di nuovo su Berlusconi: «Fu un traditore, perché quando si parlò della riforma del Codice penale e si parlava di abolizione dell'ergastolo mi hanno detto che lui chiese di non inserire gli imputati coinvolti nelle stragi mafiose», dice ancora Graviano. Il Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo gli ha letto l'intercettazione del 19 gennaio 2016 quando, conversando con il boss Umberto Adinolfi, disse: «Berlusconi prese le distanze e fece il traditore». E oggi conferma quella frase e spiega i motivi di quel "tradimento".

«Un avvocato di Forza Italia mi disse che stavano cambiando il Codice penale e che doveva darmi brutte notizie. Perché in Parlamento avevano avuto indicazioni da Berlusconi di non inserire quelli coinvolti nelle stragi. Lì ho avuto la conferma che era finito tutto. Mio io cugino Salvo era morto nel frattempo per un tumore al cervello. E nella riforma del Codice penale non saremmo stati inseriti tra i destinatari dell'abolizione dell'ergastolo». E aggiunge: «Questo mi portò a dire che Berlusconi era un traditore».

«Dottore, io sto dicendo solo qualcosa, ma posso dire ancora tante altre cose ... Io non voglio né soldi né altro...». Ha proseguito Graviano. E riferendosi alle intercettazioni in carcere con il boss Umberto Adinolfi, dice: «Ho solo dato confidenza a un carissimo amico. Ma se sentissi tutte le intercettazioni potrei dire tanto altro».

L'ATTENTATO
Negli anni Ottanta alcuni boss mafiosi avrebbero preparato un attentato al capo dei capi Totò Riina. «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'omicidio Costa (il giudice Gaetano Costa ndr). Quindi il signor Riina ha deciso di mettere delle regole, insomma un po' di democrazia, perché non potevano prendere le decisioni solo Salvatore Bontade e Gaetano Badalamenti». E ricorda la costituzione della Commissione di Cosa nostra. «Michele Greco era un uomo di pace, non per niente lo hanno fatto diventare 'Papa' e ha messo delle regole che si dovevano togliere delle vergogne». E ricorda un incontro avvenuto «nel febbraio 1981», quando era pronto un «agguato a Riina».

E in quell'occasione chiesero l'intervento di Michele Greco, boss di Ciaculli. «Che disse "io sono per la pace, posso intervenire per la pace, io non posso continuare se avete queste intenzioni. A me non dovete più parlare di nessuna intenzione"».

LE INTERCETTAZIONI
Il boss continua insomma il suo silenzio sulle intercettazioni registrate nel 2016 nel carcere di Terni con il codetenuto Umberto Adinolfi
«almeno fino a quando non avrò un computer con il quale poterle ascoltare» in carcere. Nuova scena muta, sul contenuto delle intercettazioni di 4 anni fa, del capomafia di Brancaccio all'udienza sulla 'ndrangheta stragista nel processo che si celebra a Reggio Calabria. Il boss, collegato in videoconferenza, chiede di potere ascoltare le intercettazioni con Adinolfi. Si tratta di 32 conversazioni tra il boss Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi in cui Graviano parla, tra le altre cose, anche di Silvio Berlusconi. «Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi...», dice Graviano nell'intercettazione registrata dalla Dia. E ancora: «Gli faccio fare la mala vecchiaia... 30 anni fa mi sono seduto con te...».
 

 

Ma pur essendo disposto a chiarire di cosa parlava nelle intercettazioni, Graviano le vuole prima ascoltare. Da mesi. Già la volta scorsa il Pm Giuseppe Lombardo aveva chiesto al carcere di Terni di occuparsi del computer. Ma ad arrivare sarebbe stato solo un vecchio lettore cd. 
 

E oggi il pm ha criticato il carcere: «Graviano sta chiedendo un computer su cui potere ascoltare quelle conversazioni, non si può fare alla presenza della guardia penitenziaria? A me sembra paradossale. È mai possibile che non ci sia un computer nel carcere...». E la Presidente della Corte: «Significherebbe rinviare ancora in attesa dell'ascolto delle conversazioni...». Il pm ha detto: «Io sono pronto a fare l'esame ma non voglio che su determinate domande si possa dire non rispondo perché non ricordo perché non ho ascoltato e ha poco senso». E ha aggiunto: «Hanno comprato un apparecchietto vecchio di anni, in carcare ci saranno decine di computer e in due mesi non è stato fatto»

Sono passati già diversi mesi da quando il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, imputato assieme a Rocco Santo Filippone nel processo 'Ndrangheta stragista, ha dato la sua disponibilità all'esame del pm, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Unica «condizione« posta, appunto, è quella di potere riascoltare quelle intercettazioni che lo hanno visto protagonista di un dialogo con il camorrista Umberto Adinolfi, durante il passaggio nel carcere di Ascoli Piceno, in cui parlava anche degli anni delle stragi, della sua latitanza, del suo arresto, delle modalità di concepimento del figlio e non mancava anche un riferimento a Silvio Berlusconi. Atti che furono depositati al processo trattativa Stato-mafia, trasmessi anche a Caltanissetta, a Firenze (che ha riaperto le indagini sui mandanti esterni delle stragi) e a Reggio Calabria che ha depositato quelle parti in cui si fa anche riferimento alla Calabria. Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha coordinato l'inchiesta, Graviano, insieme al boss calabrese Rocco Filippone è il mandante degli attentati contro i carabinieri, costati la morte ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari, con cui la 'ndrangheta ha partecipato alla stagione degli attentati continentali fra il '93 e il '94. 

Duro anche il legale di Graviano, l'avvocato Giuseppe Aloisio: «Il mio assistito non intende procedere all'esame in queste condizioni, se ci ha ripensato non lo so perché non può ricordare il contenuto di conversazioni che risalgono al 2016». E la Presidente: «Possiamo proseguire l'esame su altri argomenti che non riguardano le conversazioni e cercare di risolvere entro la prossima settimana questo problema consultando la direzione del carcere». Alla fine Graviano ha detto di essere disponibile a rispondere alle domande del pm, ma con riserva sulle domande che riguardano le intercettazioni con Adinolfi. «Quanti ostacoli mi mettono...», ha detto.

 

Ultimo aggiornamento: 8 Febbraio, 15:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA