Democrazie liberali
la grande crisi

di Biagio de Giovanni

Siamo giustamente preoccupati per i fatti di casa nostra, incertezze sul governo, confusione nel dibattito pubblico con vincitori delle elezioni che non hanno vinto, ma che dichiarano di aver vinto, con le conseguenze che si possono immaginare. Tra le quali vedo la possibilità, assai concreta, di aprire un pericoloso vaso di Pandora da cui può fuoriuscire l’incomprensione e la delusione di tanti elettori i quali, se il loro capo non diventa premier, si convinceranno che è stato commesso un’attentato alla democrazia, giacché si lascia immaginare che il 4 marzo si sia eletto un governo e che non riconoscerlo sarebbe un vero atto eversivo. Un pericoloso stato confusionale, reso possibile e attizzato dalle dichiarazioni dei “vincitori” che, con toni peraltro diversi, reclamano una soluzione che non è alla loro portata. 

Si potrebbe quasi sorridere di questo clima un po’ farsesco se non fosse in gioco il futuro dell’Italia, una grande nazione che fa parte di una integrazione sovranazionale la quale, con tutti i suoi difetti, non sembra sostituibile con un’altra ipotesi, e se tutto questo, inoltre, non fosse spia di un problema assai più grosso che in forme diverse, più o meno latenti, si manifesta anche altrove. 

Dunque, fiato sospeso che però consente pure di riflettere in attesa degli eventi e di ampliare l’orizzonte dei problemi. Una direzione possibile di analisi sta nella crisi che attraversano alcune tra le democrazie liberali e rappesentative, in vari luoghi dell’Occidente e con varie modalità. In altre regioni del mondo trionfano sempre più le democrazie illiberali, dispotiche (e operative), esempi a iosa, e tra i più recenti la nomina a vita del presidente cinese, i voti plebiscitari per Putin, Al Sisi, Erdogan, per citare i maggiori. Qualcuno si chiederà: ma sono democrazie, quelle? Perché chiamarle così? Penso che sia necessario farlo, giacché la sintesi di democrazia e liberalismo, alla quale per fortunata abitudine pensiamo, non è stata affatto un destino necessario della democrazia. Insomma, tra democrazia e liberalismo c’è stata fin dalle origini sia una grande distanza sia, in alcune regioni del mondo, lo sforzo e il tentativo (anche riuscito) di tenerli insieme. Ma l’argomentazione delle distanze possibili viene da assai lontano, viene dai classici del pensiero democratico. 
Quando avviene che la sintesi tra democrazia e liberalismo entra in difficoltà? La risposta in punto di principio è semplice: quando si offusca il principio della rappresentanza politica. È ciò che sta avvenendo in parti significative dell’Occidente, e in Italia in modo clamoroso. I rappresentanti vengono individuati e sotterrati con la parola “casta”, luogo indifferenziato dove si concentra il peggio del mondo. Qui non sono in discussione le responsabilità dei rappresentanti, che evidentemente ci sono e sono anche sicuramente legate alla sconvolgimento della struttura del mondo, le cui conseguenze assediano e affogano la tradizionale capacità operativa della politica e il tradizionale carattere dei dibattito pubblico. Ma l’unificazione di tutto nella parola “casta” colloca la democrazia su un abisso. Facilita la criminalizzazione della politica e contribuisce a distruggere il principio-chiave della democrazia liberale che è, appunto, la rappresentanza. La quale, a sua volta, si lega all’altra parola, “rappresentazione” che disegna l’idea di una società, il valore, la sostanza cui fa riferimento un sistema politico che è anche un sistema culturale. 

E nascono mostri della ragione che, oltrepassando le valide ragioni di una critica, si appellano a un altro principio - a mezza strada tra la democrazia liberale e la democrazia autoritaria e dispotica - presentato nella veste di democrazia diretta, ossimoro nel mondo d’oggi, come ben si sa. L’introvabile popolo vuole questo e quest’altro. Chi è in disaccordo è parte del sistema. Mi guardo bene dal fare esempi ancora latenti nel mondo occidentale, dove comunque l’attacco al “sistema” si va impadronendo di ciò che resta di una opinione pubblica, avviando un processo di cui oscuro è l’esito. Dappertutto peraltro la democrazia riformista è in difficoltà: colpiscono le notizie che giungono da Francia, dove il Macron vincente, anzi trionfante, e dato come nuovo auriga per il rinnovamento di una Europa difficile, conosce già le enormi difficoltà di un tentativo riformista che è per sua natura legato ai tratti della democrazia liberale. 

Torno all’Italia, sempre, insieme, punto debole ma anche laboratorio: in che senso? Qui il partito con il maggior numero di voti, novità in Europa, è esplicitamente critico della democrazia rappresentativa, si muove come se ignorasse l’articolo 1 della Costituzione. Tutti i suoi riti e le nuove liturgie reticolari vanno in questa direzione, e la richiesta del suo “capo” (lessico di per sé inedito) di aver diritto al governo perché così vuole il popolo è un segnale non di ingenuità politica, sarebbe troppo grosso, quanto di programmatica volontà di mettere in discussione il sistema della rappresentanza, finora gestito dalla casta dei rappresentanti. Stranamente, su questo si dice poco o niente, mentre, a mio parere, è la questione più inquietante di tutte: perché è quella che per davvero colpisce al cuore il sistema e, vincente, potrebbe essere l’anticamera di un mutamento dei caratteri della democrazia italiana, sull’onda certo di un malessere e rancore che sta invadendo suolo e sottosuolo della società e che va naturalmente compreso e governato. La posta in gioco è dunque grande, e si colloca in una dimensione che non è solo italiana se si vede ciò che accade intorno a noi e nel mondo sul mutamento dei caratteri della democrazia e sugli esperimenti in corso. 

Non getto un allarme per l’immediato, le mediazioni oggi si troveranno, ma parlo quasi a futura memoria, giacché tutto ciò che oggi avviene in forme che ancora appaiono interne ai tratti irrinunciabili di una democrazia normale possono in futuro tracimare da quei confini, guardando a mondi che nel frattempo consolidano e ampliano i sistemi delle democrazie illiberali. Che la provvidenza, con il contributo di tutti gli altri, risparmi all’Europa questa trasformazione. 
 
Venerdì 6 Aprile 2018, 08:31
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4 di 4 commenti presenti
2018-04-06 19:36:50
Sarò più sintetico, anzi laconico:"Le sembra giusto e democraticamente rappresentativo (tanto per riempirci la bocca) che uno qualunque, tre anni fa, segretario di un partito che alle elezioni precedenti non era arrivato nemmeno primo che, senza avere avuto nemmeno un voto dagli elettori, con un autentico colpo di mano ai danni del primo ministro in carica, si facesse nominare capo del governo, restandovi per ben tre anni e, commettendo abusi e azioni riprovevoli di ogni tipo contro il popolo, in nome di un falso riformismo fatto passare per la panacea di tutti i mali dell'Italia"? Io lo definirei un vero "golpe", un poco annacquato ma, sempre uno schiaffo alla vera Democrazia!
2018-04-06 18:59:10
Cortese Biagio de Giovanni,ciò che sta accadendo è null'altro che la svolta,il cambiamento. Il vecchio mondo delle garanzie e dei sistemi accomodanti e spesso conniventi si sta avviando lentamente all'uscita di scena. Lascia dietro di se rovine immani e coscienze annientate dalle difficoltà del vivere in perenne guardinga condizione. Non so cosa ci riserverà il futuro ma auspico in cuor mio che il ridisegno del sistema porrà di nuovo al centro di tutto l'Uomo e le sue necessità.
2018-04-06 15:17:45
parte seconda. 1) lei in modo surrettizio fa diventare la critica alla "casta" una sorta di "grimaldello ideologico" finalizzato a scardinare il principio di rappresentatività. a) e allora che dovremmo fare? tenerci casta e sue modalità sennò diventiamo eversori? b) le accuse riassunte nel termine "casta" ce le inventiamo noi? ergo c) non sarà piuttosto che "il sistema" si è già criminalizzato da solo? ma già che per lei è normale ciò che è accaduto ieri: che i carabinieri si debbano mettere sull'attenti davanti a un pregiudicato pluriprescritto che viene ricevuto al quirinale! E secondo lei, io sarei un eversore solo perchè continuo a trovare grottesca questa scena? d) ma soprattutto: dove e come le critiche alla casta si sono trasformate in critica al principio di rappresentatività? e viceversa: visto che lei estende il discorso a tutto l'occidente. le pare "rappresentativo" un sistema elettorale come quello francese che non permette a un partito che ha il 15% dei voti di non essere rappresentato in parlamento (come accaduto col FN)? scommetto che se fosse accaduto in italia con forza italia (13%) lei ora strillerebbe al deficit di rappresentatività di un sistema del genere! 2) lei definisce “ossimoro” la locuzione “democrazia diretta”. Scusi eh, e invece parlare di “democrazie illiberali” e/o “dispotiche” cos’è? mo’ sta a vedere che il cile di Pinochet lo definiamo un prototipo di “democrazia dispotica”! 3) quanto è bravo a giocare col termine “riformista”. Come se “riformare” fosse di per sé cosa buona, a prescindere da cosa si riforma, perché e in che direzione. Faccio un esempio: a lei piace la riforma delle pensioni? La trova giusta, necessaria? Bene, sia coerente: si ricalcoli secondo il contributivo LA SUA, di pensione, e quel che avanza lo dia in beneficenza. E campi col resto. Come dobbiamo fare NOI. E ancora: ma guarda te la coincidenza. Mi spiega come mai tutte le riforme che attaccano diritti (art. 18), stato sociale, lavoro sono belle, buone, giuste e tutte quelle che vorrebbero salvare qualcosa di tutto ciò che LEI SI E’ GODUTO PER TRENT’ANNI sono populismo, attacco alla democrazia, alla rappresentatività? Cosa pretende, che mia nipote M., precaria da 5 anni, inneggi alla sua condizione di precaria come esempio di moderno riformismo? A proposito: eccole un bell’esempio di ossimoro VERO: IL “PRECARIATO STABILE”. E pretende pure che mia nipote M. voti chi ha fatto le leggi che la rendono “precaria stabile”?
2018-04-06 14:04:06
parte prima. cito: "Qui il partito con il maggior numero di voti, novità in Europa, è esplicitamente critico della democrazia rappresentativa". ma davvero? e come, dove, quando? ha sentito di maio auspicare la chiusura del parlamento, taverna esigere la messa fuori legge dei partiti, fico proporre che si governi solo per decreti legge? insomma: io direi che ha un tantino esagerato. ma un tantino eh. cito: "si muove come se ignorasse l’articolo 1 della Costituzione". ah, adesso chiedere di guidare il governo dopo aver preso quasi il 33% dei voti è "ignorare la costituzione"? addirittura è (cito) "programmatica volontà di mettere in discussione il sistema della rappresentanza"? di nuovo: non le sembra di esagerare? preso atto che, secondo lei, il primo partito/movimento italiano NON PUO' chiedere il governo perchè sennò "mette in discussione il sistema della rappresentanza", ora mi/CI faccia capire: perchè, macron, che lei porta ad esempio di campione della democrazia liberale, quanti voti ha preso? forse che macron è meno "capo" di di maio? addirittura, poi, quelli dei 5 stelle sarebbero "riti" e "liturgie reticolari" che vanno contro la democrazia rappresentativa??? come? dove? perchè? rendere conto delle spese elettorali, scegliersi i candidati sarebbe andare contro la democrazia rappresentativa??? Quell’autentica messa cantata dell’autoinvestitura di macron non è liturgia? e perché? perchè invece un movimento personale e personalizzato come quello di macron sarebbe invece un sano esempio di democrazia rappresentativa? E che dovrebbero fare i 5 stelle, secondo lei: dire dato che siamo il primo partito, per dimostrare che non siamo contro la democrazia rappresentativa, rinunciamo al governo e facciamo governare un partito guidato da un pregiudicato e fondato da un mafioso, in alleanza col secondo e terzo partito?

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