M5S-Lega, prima lite sulla Tav. E Di Maio prova l'ultimo affondo

Domenica 20 Maggio 2018 di Stefania Piras
Poteva bastare una frase a mettere d'accordo i due litiganti e oggi alleati sulla Torino-Lione? No. Ieri infatti Laura Castelli, la deputata M5S che ha scritto il contratto con la Lega, ha partecipato alla marcia di protesta in Val di Susa come se niente fosse. Come se Lega e Movimento non stessero per andare al governo insieme e come se non si fosse mai votato un programma di governo comune che sulla Tav si limita a parlare di «ridiscussione». La Lega non ne vuole il blocco o la sospensione, e ha fatto appositamente togliere dalla versione definitiva del contratto il passaggio dove si parlava di sospensione immediata dei lavori. Mentre il Movimento è di nuovo sulle barricate con Luigi Di Maio che a Ivrea dice chiaro e tondo: «Andremo dai francesi a dire che la Tav non serve e va bloccata. Poteva valere 30 anni fa ma non oggi. Non serve più». Da Milano Salvini risponde così: «Sono fiducioso: abbiamo già fatto un lavoro che non è mai stato fatto nella storia della Repubblica italiana, ossia definire un programma punto per punto da rispettare mese per mese, e se poi qualcuno non rispetterà questo programma salta tutto».
 
Il treno velocissimo per Palazzo Chigi prevede fermate impensate, come quella delle grandi opere. E infatti il nuovo slogan formulato è il «Ni»: l'emancipazione del No. E quindi: «Sì alle grandi opere utili». E la Tav dove si colloca? Tra quelle inutili secondo la deputata piemontese Laura Castelli che ieri marciava al corteo, convinta che si possa cambiare volto all'infrastruttura.

Ma non finisce qui, perchè il braccio di ferro continua anche su chi dovrà andare a Palazzo Chigi. «La settimana prossima è verosimile che parta il governo del cambiamento», ha detto Luigi Di Maio da Imola. Il piglio è quello deciso di chi sa di essere ancora saldo, in pole position per Palazzo Chigi. E lo si capisce dalla sicurezza con cui anche ieri ha mantenuto il punto nelle telefonate con Salvini. Stamattina si incontreranno per sciogliere il rebus premier e andare poi da Mattarella. Ma parla da premier in pectore Di Maio. A Imola ieri si muoveva da «candidato naturale», come lo definiscono nel suo inner circle.

«Da lunedì spero di sostenere i nostri sindaci dalla guida di questo paese perché non dovete dimenticare che stavolta i sindaci avranno il governo dalla loro parte», ha detto tra i boatos della sala strapiena all'Autodromo. La guerra di nervi non è finita. Ieri Lorenzo Fontana, vicesegretario della Lega, intervistato da Maria Latella ha ammesso che il premier sarà «di area M5S». L'identikit è: «terzo uomo», esponente «di area Cinque Stelle», appunto, e «figura che vada bene a entrambi, con una esperienza professionale incontestabile e che condivida e abbia contribuito alla stesura del programma», aggiunge Salvini. L'identikit porta ai nomi circolati nelle ultime ore: Giuseppe Conte, l'avvocato designato per rivoluzionare la PA che non è sgradito al Carroccio e che è accanto a Di Maio fin dalla notte elettorale del 4 marzo. C'è Andrea Roventini designato per il Mef, studioso keynesiano pronto ad applicare le misure espansive che chiedono M5S e Lega. E poi ci sono figure come Emilio Carelli, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, molto vicini a Di Maio che è e rimarrà il capo politico del Movimento e quindi per loro sarebbe sempre il primo e più importante riferimento politico. Così va letto quel «sono a disposizione del Movimento» pronunciato giorni fa da Carelli. O così va intesa la distanza impercettibile che vede Fraccaro dietro Di Maio quando annuncia l'abolizione dei vitalizi. Fraccaro ieri è stato presentato così a Imola da Max Bugani: «Protagonista di un gesto straordinario: una persona di equilibrio, in corsa per la Camera ha poi fatto un passo indietro perché così si fa nel Movimento».

Di Maio apre, chiude e conduce i giochi. Ed è quello che ha saputo meglio tradurre «le istanze pacifiche e gentili del Movimento», riflette una fonte. Che vuol dire? Lo spiega un'altra fonte ancora, vicinissima a Di Maio: «Non era scontato quel 94%, comunque vada abbiamo la base dalla nostra parte ed essere arrivati fin qui è già un grandissimo risultato. Siamo ottimisti».

Prima di arrivare a Imola Di Maio era a Ivrea insieme a Davide Casaleggio che ha detto: «Il mio presidente del Consiglio ideale? È Luigi Di Maio». A fotografare la situazione delicatissima è il deputato milanese Stefano Buffagni che arrivando al gazebo pentastellato di piazza XXV Aprile ha detto: «Il sogno della base, come il mio da sempre, è che il premier sia Luigi Di Maio, anche se hanno capito che si potrebbe andare verso un'altra soluzione. L'importante per loro è che sia una persona che porti avanti il programma e che dia spazio e rappresentanza al Movimento».

Il leader lumbard intanto ha incassato il sì della sua base e parla di più di 100.000 votanti perché «cambiare si può - scrive - non da soli ma insieme». Era il primo round del referendum leghista aperto a tutti. © RIPRODUZIONE RISERVATA