Nuova Via della Seta, Tria e Moavero attaccano Di Maio: «Improvvisazione e incompetenza»

Giovedì 14 Marzo 2019 di Alberto Gentili

Il piatto forte è stata la Brexit. Ma i settanta minuti del pranzo di lavoro al Quirinale sono serviti anche per sminare la strada del memorandum of understanding per la Nuova Via della Seta. Con un avvertimento di Sergio Mattarella al governo: tenete fuori il dossier 5G da questa partita. E, soprattutto, ascoltate con la massima attenzione le preoccupazioni degli Stati Uniti per l'ingresso delle cinesi Huawei e Zte nella nuova rete ultraveloce, prendendo le giuste contromisure e tutti gli accorgimenti necessari per evitare pericoli per la sicurezza nazionale.

Il premier Giuseppe Conte e il vicepremier Luigi Di Maio, che in prima persona hanno tessuto la tela per l'accordo che verrà siglato il 23 marzo alla presenza del presidente cinese Xi Jinping, non hanno fatto una piega. Ciò che volevano incassare era il via libera del Colle. E questo è arrivato. Perché, osservano nell'entourage del capo dello Stato, nel memorandum sono rispettati i criteri europei, anzi sono più severi e stringenti di quelli fissati da Bruxelles. E perché già ben 13 Paesi dell'Unione hanno aderito alla stessa intesa. «Insomma, si fa una gran polemica fondata sulla sabbia».
 
Durante la colazione di lavoro è però emersa l'irritazione di Matteo Salvini e di Giancarlo Giorgetti, che poco apprezzano il protagonismo di Di Maio in politica estera ed economica. Tant'è che il vicepremier leghista ha fatto sapere che non sarà presente alla firma del memorandum. Ed è saltato fuori il fastidio dei ministri Giovanni Tria (Economia) ed Enzo Moavero Milanesi (Esteri) tagliati fuori entrambi da Di Maio, sia nelle relazioni con Pechino (ben due i viaggi del leader grillino in 8 mesi), sia nella stesura dell'accordo per la Nuova Via della Seta.

Attenzione, nulla di eclatante. Né Tria, né Moavero durante il pranzo hanno attaccato il vicepremier 5Stelle. «Ma alcune espressioni e certi sguardi sono stati eloquenti...», viene raccontato. E dai loro entourage, a conferma del malumore, filtrano giudizi taglienti su Di Maio, giudicato «troppo superficiale e un tantino incompetente nella corsa a firmare l'intesa». E «per nulla attento alla necessaria collegialità, indispensabile in un'operazione tanto importante». Con il rischio di «trasformare il memorandum in un cavallo di Troia dei cinesi in Italia, telecomunicazioni incluse».

E qui si torna al nodo del 5G alle aziende cinesi Huawei e Zte. Il vero tema di allarme del Quirinale, Salvini, Giorgetti e Moavero, molto attenti all'altolà lanciato da Washington. Da qualche giorno a palazzo Chigi il comitato ad hoc sull'uso del golden power (il potere del governo di impedire il passaggio in mani straniere di aziende in settori strategici) ha analizzato il dossier, arrivando alla conclusione che per escludere Huawei e Zte dalle reti 5G sarebbe necessaria una modifica alla normativa esistente. Operazione giudicata «difficile». Ma non del tutto esclusa: se n'è parlato come «ipotesi di scuola» durante il pranzo.

Perciò, per venire incontro alle preoccupazioni di Mattarella relative alla sicurezza nazionale e per ammorbidire gli altolà di Washington - Trump minaccia di tagliare fuori l'Italia dalle comunicazioni sensibili e dallo scambio di informazioni riservate nel settore dell'intelligence - il governo si sta orientando a seguire la strada già imboccata dalla Germania: nessuna esclusione delle aziende cinesi dalla rete 5G, ma attivazione di «tutti gli strumenti atti a garantire la sicurezza nazionale e la riservatezza delle comunicazioni sensibili».

Come? A palazzo Chigi richiamano la direttiva europea Nis, recepita dall'Italia nel maggio scorso, volta a «garantire un elevato livello di sicurezza delle reti internet e dei sistemi informativi» che si applica, appunto, «agli operatoti dei servizi di tlc essenziali e ai fornitori dei servizi digitali».

In più Di Maio al ministero dello Sviluppo ha attivato il Ceva, il Centro di valutazione della sicurezza informatica. E nel febbraio scorso ha istituito con decreto il Centro di valutazione e certificazione nazionale (Cvcn) «per la verifica delle condizioni di sicurezza e dell'assenza di vulnerabilità di prodotti, apparati, e sistemi destinati ad essere utilizzati per il funzionamento di reti, servizi e infrastrutture strategiche». Comitato, ha detto il premier martedì davanti al Copasir e ha ripetuto ieri a Mattarella, «che potrà essere potenziato».

Sul Colle non si sono alzati sopraccigli. Tanto più perché la stessa linea è stata adottata da Berlino e Londra, alleate anche loro degli Stati Uniti.

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