Processo sangue infetto, migliaia di vittime e nessun colpevole: «Noi abbandonati dallo Stato»

Martedì 26 Marzo 2019 di Viviana Lanza
«L'assoluzione degli imputati ce l'aspettavamo in un certo senso, conoscendo le difficoltà del processo e i limiti che la legge impone. Quello che ci ha spiazzati è la formula adottata (perché il fatto non sussiste), perché è come dire che quelle morti non ci sono state. Ed è come se fossero morte un'altra volta. Questo fa molto male. Una formula dubitativa avrebbe lasciato uno spiraglio, una speranza, e invece...». Luigi Ambrosio è il presidente del Comitato 2010/92 per un'equa giustizia ed è tra le parti civili del processo a carico di Poggiolini e dei manager delle aziende finite al centro dello scandalo del sangue infetto. «Sono anche uno di quelli che chiamano sopravvissuti», dice accettando di raccontare la sua storia personale.
 
«Avevo dodici anni quando ho fatto la prima trasfusione, ho iniziato il trattamento nel 64 e all'inizio il farmaco funzionava. Non immaginavamo che ci sarebbero stato dei rischi, nessuno ci aveva informati, non si parlava della possibilità di contagi». Ambrosio ripercorre il suo calvario. E la sua storia è sovrapponibile a quella di tanti pazienti curati con emoderivati. «Il contagio non si manifesta subito. All'inizio non si sente niente e quindi si assume il farmaco tranquillamente». È accaduto così anche a lui. Fino al 1985. «Iniziai ad avere i primi sintomi e da allora iniziò un calvario. La vita cambiò: sul piano fisico cominciai a non stare più bene, sul piano morale ero distrutto. Non sai più quanto ti resta, perdi gli amici, piombi in un'angoscia costante». Sono anni difficili. «Nel 96 ebbi un'infezione alle ginocchia, andai in coma, poi per un anno sulla sedia a rotelle». Luigi Ambrosio racconta uno dei periodi più delicati e duri della sua vita. «Poi per fortuna mi sono ripreso, ho assunto altri farmaci e sono qui. Sopravvissuto».

Dopo quello per la salute, Luigi inizia un altro percorso altrettanto lungo e difficile, quello per avere giustizia. E diventa presidente del comitato a tutela delle vittime del cosiddetto sangue infetto.

«Ci sentiamo abbandonati dallo Stato due volte: ci ha abbandonati quando doveva esercitare un controllo sui farmaci e ci sentiamo abbandonati adesso che chiediamo giustizia» dice. Il processo che si è concluso ieri a Napoli è stato per molti una speranza. «Le indagini su questi contagi sono sempre state monche e si sono risolte o con archiviazioni o con nulla di fatto, questo a Napoli è stato il primo processo che è andato fino in fondo. Il giudice è stato molto attento ai diritti delle parti e ha condotto il processo egregiamente. Non capiamo la formula utilizzata per l'assoluzione, non capiamo sulla base di quali motivazioni ritiene che il fatto non sussista, e aspetteremo di leggere la sentenza» commenta Ambrosio. Il ricorso è una strada, ma «dopo tutto quello che si è prodotto in questo processo in termini di prove, documenti, testimonianze non credo più che si possa ottenere un verdetto diverso». «A questo punto - ragiona - l'unica strada che ci resta da percorrere credo sia quella di una commissione parlamentare, forse è l'unica speranza che abbiamo perché sia fatta veramente chiarezza su quello che è accaduto. Tanto ormai colpevoli non ci sono e gli unici condannati restiamo noi».

Per Ambrosio un punto debole delle indagini è stato quello di concentrare le accuse e le attenzioni investigative su un unico gruppo farmaceutico, quello Marcucci, che però produceva plasma coprendo poco più del 6% del mercato italiano dei plasmaderivati. «Bisognava estendere le indagini non solo su Poggiolini ma anche su altri esponenti della sanità di allora e non solo su un'industria ma su altri grandi gruppi farmaceutici», dice.

«Ci scontriamo contro un muro di gomma» dice Ambrosio a proposito dei vari iter giudiziari pendenti dinanzi ai vari Tribunali. «E lo Stato mette sempre ostacoli alle richieste, sembra quasi che ci si voglia accanire contro di noi. Ottenere giustizia è un calvario, eppure sappiamo che in quegli anni il sangue arrivava dall'America, lo prelevavano nelle carceri e nelle zone a rischio dove la gente accettava di dare sangue anche più volte a settimana».

Nel processo a Napoli c'erano mogli, madri e figli di pazienti deceduti per le conseguenze dei contagi. Tutti parti civili accanto alle associazioni come il Comitato 2010/92 e Fedemo, e il Ministero della salute. Contro l'assoluzione degli imputati gli avvocati di parte civile si sono battuti. «L'assoluzione non era affatto scontata - commenta l'avvocato Stefano Bertone, che assiste molte delle vittime - abbiamo portato in dibattimento molte prove. Aspettiamo di leggere le motivazioni del giudice e quasi sicuramente proporremo ricorso. Il processo prevede tre gradi di giudizio, non si ferma al primo». Ultimo aggiornamento: 13:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA