Brunetta: «La sfida contro il virus la stiamo vincendo a colpi di vaccino»

Giovedì 30 Dicembre 2021 di Luca Cifoni
Brunetta: «La sfida contro il virus la stiamo vincendo a colpi di vaccino»

«Quella che stiamo vivendo è una sfida tra l’intelligenza di chi governa, con il consenso del 90% degli italiani, e l’intelligenza del virus. Per il momento la stiamo vincendo noi e penso che continueremo a vincerla». È appena terminato il Consiglio dei ministri quando Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, commenta a caldo le nuove misure anti-Covid. E chiarisce che per la Pa non ci sarà il ritorno allo smart working d’emergenza: in caso di necessità, sarà lo stesso ministro, con una circolare, a invitare le amministrazioni ad attuare il nuovo lavoro agile regolamentato, in base alle effettive necessità.

 

Ministro Brunetta, avete deciso di cambiare le regole sulle quarantene. È soddisfatto della soluzione trovata?
«Sì, perché garantisce l’equilibrio tra sicurezza e aperture, evitando la paralisi del Paese. Tra una strategia offensiva, dell’anticipo e delle aperture, e una strategia difensiva, dei lockdown e delle chiusure, l’Italia ha scelto la prima. Sempre sulla base della scienza, il nostro faro».

 


L’obbligo di Green pass rafforzato sarà esteso per ora soltanto ad alcune categorie di lavoratori, dai trasporti alle fiere. Lei, però, ne chiede l’estensione a tutto il mondo del lavoro...
«È la mia proposta da sempre. Il green pass è una storia di successo, sanitario ed economico. L’obbligo di certificato verde semplice per tutti i lavoratori, con la possibilità, per i non vaccinati, di eseguire il tampone, è stato un passaggio molto importante a metà ottobre per spingere le vaccinazioni. Il super green pass di dicembre è stata un’altra tappa. Ma ora dobbiamo guardare ancora avanti. L’opzione del tampone per lavorare non è più sostenibile. Con la contagiosità della variante Omicron, ne va della sicurezza della comunità: il vaccino è l’unica vera protezione che abbiamo. Ne discuteremo ancora al prossimo Consiglio dei ministri, anche perché i dubbi espressi dalla Lega di Governo confliggono con la posizione della Lega delle Regioni, a cominciare dal presidente Fedriga. Per stavolta, peccato: è un’occasione mancata. Prima la cogliamo, meglio è».

 

 


Alcuni, in questa fase di rialzo dei contagi, stanno chiedendo di tornare allo smart working nella pubblica amministrazione.
«Evidentemente sono disinformati sull’operazione che abbiamo portato avanti. Il 15 ottobre abbiamo detto addio alla sperimentazione di massa dello smart working emergenziale, senza regole e senza diritti. Ma non abbiamo detto addio allo smart working. Al contrario, abbiamo intensificato le attività per regolarlo, nei nuovi contratti, e per assicurare la piena autonomia organizzativa alle singole amministrazioni. Nel frattempo, grazie al confronto costante e proficuo con i sindacati, abbiamo emanato apposite linee guida, che ancorano il lavoro agile all’accordo individuale con il lavoratore, alla soddisfazione dell’utenza e al rispetto della sicurezza informatica. Perché mai dovremmo tornare indietro? Siamo più avanti dei privati».

 


Ma se l’emergenza dei contagi si dovesse aggravare in modo ancora più drastico cosa succederebbe?
«In quel caso basterebbe una mia circolare per invitare le amministrazioni a fare le scelte opportune: alcune avranno bisogno del lavoro agile, altre no».

 

 

 


La definizione del nuovo lavoro agile è uno dei punti dell’azione di rinnovamento della pubblica amministrazione. Quali sono gli altri?
«Nella Pubblica amministrazione è in corso una rivoluzione. Dai concorsi sbloccati, digitalizzati e velocizzati alle semplificazioni, dai rinnovi contrattuali alla formazione, alle nuove modalità di reclutamento del personale necessario al Pnrr, al portale inPA, alla revisione delle carriere, al salario accessorio, al rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, oltre allo stesso smart working, in dieci mesi sono avvenuti altrettanti “strappi”. Consolidarli è il nostro compito. Diventeranno, insieme all’interoperabilità delle banche dati e alla migrazione ai servizi cloud, l’eredità strutturale del Piano nazionale di ripresa e resilienza».

 

 

 


Ecco, nel Pnrr la riforma della Pa, insieme a quella della giustizia, è definita “riforma orizzontale”, cruciale per la competitività del Paese. Riuscirà, dopo anni di tentativi?
«Sì, per due ragioni fondamentali. La prima è che stavolta, grazie al Next Generation Eu, abbiamo le risorse finanziarie per investire: è finita l’epoca dei tagli. L’esempio più lampante è aver superato i tetti al salario accessorio. La seconda ragione è che la riforma è stata preceduta da un grande accordo con i sindacati. Il 10 marzo assieme al presidente Draghi abbiamo firmato a Palazzo Chigi il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale. Con quell’intesa, abbiamo sancito l’avvio di una nuova stagione di relazioni sindacali».

 

 

 


Che dovrebbe voler dire anche contratti in tempi più rapidi. Come proseguirà la stagione dei rinnovi?
«Il 21 dicembre è stata firmata l’intesa per il rinnovo contrattuale del comparto funzioni centrali (ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici), che garantisce aumenti medi di 105 euro e arretrati medi pari a circa 1.800 euro, cui si aggiungono circa 20 euro medi mensili grazie alle risorse per finanziare il nuovo ordinamento professionale e al superamento dei limiti all’incremento dei Fondi risorse decentrate. Il 23 dicembre è stato poi sottoscritto il rinnovo contrattuale del comparto difesa e sicurezza: un riconoscimento doveroso per circa 430 mila addetti della Polizia di Stato, della Polizia penitenziaria, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, delle Forze Armate, che vale aumenti a regime di circa 128 euro medi al mese. Ora si accelera su sanità ed enti locali, sui Vigili del Fuoco e sui prefetti. Spero che a gennaio si chiuda».

 


Anche la formazione è inserita nel contratto.
«Come elemento chiave. È un’altra prima volta: sulla formazione si investe, con una dote finanziaria mai vista, pari a circa un miliardo di euro in cinque anni. La “ricarica delle batterie” del lavoro pubblico partirà da gennaio, in due modi: da un lato, con la formazione digitale, sviluppata con partner pubblici e privati, nazionali e internazionali; dall’altro lato, con un ampio programma di upskilling, possibile grazie ad accordi con le università su tutto il territorio nazionale che permetteranno ai dipendenti pubblici l’iscrizione a corsi di laurea e master a condizioni agevolate».

 


In cosa consistono le condizioni agevolate per la frequenza universitaria? E che adesione si aspetta?
«Il lavoratore pagherà solo un terzo delle tasse universitarie, un altro terzo sarà a carico dello Stato e il terzo restante lo darà l’università come sconto. Oggi ha una laurea poco meno della metà dei dipendenti pubblici, ma anche chi già la possiede potrà prenderne un’altra o puntare al master. Mi auguro una grande risposta. Anche perché la formazione entrerà nel fascicolo personale di ogni dipendente pubblico e, grazie ai nuovi contratti, significherà più soldi in busta paga e più prospettive di carriera».

 

 

Ultimo aggiornamento: 10:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA