Il Papa prende tempo con Maduro, non vuole farsi strumentalizzare di nuovo

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – La lettera di Maduro contenuta nel plico diplomatico inoltrato in Vaticano per vie diplomatiche alcuni giorni fa con la richiesta di mediazioni, evidentemente non deve convincere troppo Papa Francesco che non vuole essere di nuovo strumentalizzato dal dittatore venezuelano.

Proprio come è accaduto anche nel 2016, quando Maduro fu ricevuto dal Papa a Santa Marta portando avanti anche un estenuante percorso di dialogo con le opposizioni attraverso due facilitatori (i monsignori Celli e Tscherring) ma senza avere in cambio alcun riscontro positivo. Fu così partorito «un topolino», ha spiegato alcuni giorni fa Bergoglio tornando dagli Emirati, a proposito dell'ultimo appello di Maduro a mediare.

Ad oggi la Santa Sede si dichiara disponibile ma senza fare alcun passo, evidentemente il quadro della situazione non è convincente.

«Il Santo Padre si è sempre riservato e dunque si riserva la possibilità di verificare la volontà di ambedue le parti accertando se esistano le condizioni per percorrere questa via» ha ripetuto stamattina il Vaticano attraverso il direttore ad interim della Sala Stampa, Alessandro Gisotti. Appare chiaro che la verifica delle reali intenzioni di Maduro non fornisce giudizi positivi.

Due giorni fa il Papa aveva spiegato che per fare una mediazione 
«ci vuole la volontà di ambedue le parti: saranno ambedue le parti a chiederla. Questa è una condizione che li deve fare pensare prima di chiedere una facilitazione o una presenza di un osservatore o una mediazione. Ambedue le parti, sempre».

Dopo un primo momento di silenzio l'opposizione ha inviato timidi segnali al Vaticano. A pronunciarsi è stato il presidente autoproclamato Guaidò in una intervista con Sky TG24. «Faccio un appello affinché tutti quelli che possono aiutarci, come il Santo Padre, come il resto della Diplomazia, possano collaborare per la fine dell’usurpazione, per un governo di transizione, e a portare a elezioni veramente libere in Venezuela, al più presto. Sarei felice di ricevere il Papa nel nostro Paese, un Paese molto cattolico, molto devoto, di grande tradizione religiosa».

«La cosa drammatica in questo momento in Venezuela – ha spiegato Guaidò - è che lo spargimento di sangue è in corso. Dopo il 23 Gennaio, dove abbiamo avuto una manifestazione senza precedenti nel nostro Paese, in 53 città del Venezuela, milioni di persone nelle strade: quando le persone stavano ritornando a casa, dei gruppi paramilitari armati, denominati collettivi, o gruppi del Faes, che sono una unità delle forze armate, hanno assassinato a sangue freddo molti di questi ragazzi per cercare di intimidirci, di farci paura, così che questo spargimento di sangue è responsabilità di chi usurpa il Palazzo Presidenziale».

L'appello di Guaidò rimette la palla al centro. In Vaticano si respira scetticismo. In passato, nei colloqui a Santo Domingo tra governo e opposizione, mediati dall’ex presidente spagnolo Zapatero, rappresentante dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni del Sudamerica e la mediazione di Papa Francesco non si fecero passi avanti. Anzi. Il balletto diplomatico fece guadagnare altro tempo a Maduro per fiaccare l'opposizione interna.

La posizione del Papa è comunque sembrata un po' tiepida, quasi sbilanciata, verso il «narco-dittatore» Maduro. La definizione (narco-dittatore) era contenuta nella durissima lettera di protesta che venti ex capi di Stato avevano inviato poco dopo Natale proprio a Papa Francesco per contestargli una lettura dei fatti che - come era stata formulata nel messaggio Urbi et Orbi di Natale - sembrava non tenere conto che le vittime sono rappresentate dall'intero popolo venezuelano.

 
Giovedì 7 Febbraio 2019, 12:41 - Ultimo aggiornamento: 07-02-2019 19:07
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