Tivoli, a Villa d'Este, la mostra “Umano troppo umano: l’agone atletico dagli altari alla polvere”

L'esposizione aperta fino al 9 novembre

Tivoli, a Villa d'Este, la mostra Umano troppo umano: l agone atletico dagli altari alla polvere
Tivoli, a Villa d'Este, la mostra “Umano troppo umano: l’agone atletico dagli altari alla polvere”
di Valeria Arnaldi
Venerdì 29 Luglio 2022, 10:16 - Ultimo agg. 30 Luglio, 01:08
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«Se tu guardassi, seduto in mezzo agli spettatori, le prodezze di quegli uomini, la bellezza dei corpi, la robustezza mirabile, le prove straordinarie, la forza imbattibile, il coraggio, l’emulazione, lo spirito indomabile, l’impegno inesauribile profuso per la vittoria - scriveva Luciano di Samosata nel II secolo - non cesseresti di lodare, di acclamare, di frdapplaudire».  L’esaltazione del corpo atletico, tra bellezza e potenzialità, dunque tra filosofia e sguardo, aveva un ruolo chiave nell’indagine e nella narrazione dell’uomo. Anzi, del “modello” uomo, guardando all’atleta come eroe quotidiano e raggiungibile. Di più, “allenabile”. E attenzione, la prestanza non era solo concetto fisico ma principio etico, manifestazione esteriore della virtù interiore. Il tema è quello dell’antica “kalokagathìa”, espressione che indicava la perfezione ideale dell’essere umano. Fisica e morale. Proprio alla figura dell’atleta, tra raffigurazione, ideale e agone, è dedicata “Umano troppo umano: l’agone atletico dagli altari alla polvere”, mostra nata dalla collaborazione tra le Villae di Tivoli e il Museo Nazionale Romano, curata dai rispettivi direttori Andrea Bruciati e Stéphane Verger e ospitata a Villa d’Este, fino al 9 novembre.  

Villa D'Este, la mostra di Bruciati e Verger

Cuore dell’esposizione, organizzata dal Centro Europeo per il Turismo, è la rappresentazione del corpo atletico, appunto. La visione antica è però solo spunto e parte di un più articolato viaggio che giunge fino al Contemporaneo, a ribadire l’atemporalità di taluni valori - e la variazione di altri - e la tendenza alla competizione  quasi connaturata all’uomo. L’agone, qui, come categoria e strumento di indagine, consente dunque di fare un viaggio attraverso secoli di storia del pensiero, tra etica ed estetica, dalla competizione alla sfida, senza dimenticare la possibilità della sconfitta e la presa di coscienza - o la non accettazione - del limite. Nel mezzo, anche l’investigazione dello spirito agonistico come chiave di remote pratiche di iniziazione. L’obiettivo  consentire un’approfondita riflessione sul tema, tra raffigurazione archeologica e sensibilità contemporanea.

Cosa rappresenta

«Questa mostra  - dice Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano - rappresenta una interessante occasione di interlocuzione scientifica tra le Villae e il Museo Nazionale Romano, non solo per i prestiti all’istituto tiburtino, ma anche per la presenza di un percorso espanso, fisico e virtuale, presso Palazzo Massimo. Nelle opere esposte nella nostra sede infatti numerose sono quelle che incarnano le virtù intellettuali e fisiche dell’atleta: la perfezione anatomica, la competizione nell’agone, la ricerca della vittoria e dell’eccellenza, l’espressionedi qualità quasi divine ma anche il fardello della fragilità umana e della stanchezza». Ecco allora, la Lastra Campana con Luperci, di età augustea, rinvenuta nell’area della casa di Livia sul Palatino.  Ed ecco il mosaico policromo con busto di atleta, opera del II secolo d.C., dalle Terme di Caracalla. E molto altro. Nell’iter anche una Testa di Doriforo in marmo e frammenti di statue virili da Villa Adriana, teste maschili dal parco archeologico di Ostia antica. Poi, bronzetti di lottatori dal Museo Archeologico di Firenze, ceramiche con scene di lotta dai Musei Capitolini, dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e dall’Antiquarium di Numana. E così via, fino ad arrivare a opere di Constantin Brancusi,  Mario Sironi, Leni Riefenstahl, Giulio Paolini. E senza dimenticare un percorso ad hoc tra i capolavori del Museo Nazionale Romano, nella sede di Palazzo Massimo.

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«Non esiste un paradigma della discontinuità fra antico e contemporaneo, ma una continua tensione che si riarticola nel fluire dei linguaggi critici e del gusto. Un meccanismo di trasmissione che innesca crisi ed equilibri ogni volta diversi perché ogni volta si eredita qualcosa per impadronirsene, trasformandolo in qualcosa d’altro», spiega Andrea Bruciati, direttore delle Villae. «In ogni pensiero seminale, in ogni repertorio visivo di immagini a cui l’artista attinge, risiede un elemento ideativo fondativo e un’azione materiale caratterizzante. Partendo da dati acquisiti si agita una capacità metamorfica di rigenerarsi, una sorta di potenzialità dinamica in fieri. È indubbio che siamo immersi nel prototipo classico della rappresentazione del corpo: antichità è la matrice di ogni tentativo morfologico».

Investigare l’antico diventa quindi anche un modo - e un’occasione - per esplorare il Contemporaneo, in un viaggio nei secoli, tra visione ed emozione.

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