Quel viceré imbelle
e la fine del mondo
nella Napoli del 1656

Domenica 22 Marzo 2020 di Vittorio Del Tufo
«Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle barriere
legate strette perché sembrassero intere»

(Fabrizio De Andrè, Dormono sulla collina)
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Nel 1656, quando a Napoli esplose la Grande Peste, le autorità non si preoccuparono affatto di correre ai ripari. Semplicemente, ignorarono il pericolo. O finsero di ignorarlo. Le autorità si condensavano nella figura del viceré Garcia de Avellaneda Y Haro, conte di Castrillo, il quale temeva che riconoscendo lo stato di epidemia sarebbero venuti meno gli aiuti militari alle truppe spagnole, che in quel periodo erano impegnate a Milano contro gli odiati francesi.

A quei tempi il viceré di Napoli, per assicurare rinforzi all'esercito operante in Lombardia, attingeva incessantemente alle truppe acquartierate in Sardegna. E dalla Sardegna arrivò la nave che avrebbe portato la grande epidemia in città. Prima di approdare a Napoli, la morte nera era passata da Valencia, attraverso un bastimento carico di cuoio e altri pellami provenienti da Algeri.

Il morbo si diffuse dal Lavinaio, a ridosso di piazza Mercato, dove abitava la famiglia di uno dei soldati che erano sbarcati in città a bordo della nave spagnola. L'uomo fu ricoverato nell'ospedale dell'Annunziata e ricevette le prime cure da un medico coraggioso, Giuseppe Bozzuto, al quale bastarono pochi minuti per capire che si trovava di fronte a un appestato. Ma il suo allarme restò inascoltato: Bozzuto - che sarebbe diventato poi uno dei personaggi simbolo del flagello del 1656 - fu messo a tacere e sbattuto in galera alla Vicaria con l'accusa di aver diffuso notizie false.

Perché non fu disposto un immediato cordone sanitario? Qualcuno disse che dietro la scelta si nascondesse non solo l'ignavia, o la cattiva fede, ma anche il malanimo delle autorità spagnole nei confronti dei cittadini, colpevoli di aver partecipato, solo nove anni prima, alla rivolta di Masaniello. Il fallimento di quella rivoluzione, stroncata nel sangue, aveva esposto la plebe alla vendetta e alla reazione furibonda dei padroni della città. Preti e frati annunciavano dal pulpito orrendi castighi, imminenti sciagure, sinistre profezie. Il castigo di Dio. Fatto sta che dopo aver consultato la baronia medica dell'università, il conte di Castrillo fece sapere che le infezioni registrate in città erano dovute a «porci e animali immondi». In particolare i maiali, che in quel periodo giravano tranquillamente liberi per la città. Fu emanato un bando che costrinse «tutti i padroni di detti porci, ancorché fossero dell'Abazia di Sant'Antonio», a chiudere gli animali nelle abitazioni.

Solo negli ultimi dieci giorni di maggio l'epidemia fu ufficialmente riconosciuta e fu costituita una deputazione della Salute. Anche i colleghi del dottor Bozzuto preferirono tacere la natura della malattia, temendo la reazione delle autorità. Il canonico e scrittore Carlo Celano fu testimone diretto di quegli avvenimenti: «Non vi era più luogo da seppellire né chi seppellire; videro questi occhi miei questa strada di Toledo, dove io abitavo, così lastricata di cadaveri, che qualche carrozza, che andava a palazzo, non poteva camminare se non sopra carne battezzata» (Carlo Celano, Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli).

Non fu la fine del mondo, ma sembrò che lo fosse. Processioni, confessioni e penitenze moltiplicavano le occasioni di contagio. Così lo storico Salvatore de Renzi descrisse le scene alle quali si assisteva in quei giorni: «I più forti morivano istantaneamente, e spesso uno starnuto segnava il termine della vita. Altri cadevano in un respiro. Altri presi da forti vertigini morivano. Altri presi da delirio si andavano a gettare nel mare (Salvatore De Renzi, Napoli nell'anno 1656).

Nel 1647 Masaniello avrebbe voluto che piazza Mercato venisse sgomberata delle baracche di legno che la deturpavano, e prendesse il nome di Piazza del Popolo. Nel fatidico 1656, l'anno della grande peste, i granai di piazza del Mercato diventarono invece la fossa comune più grande della città: vi furono accatastate quarantasettemila vittime. In loro onore, perché i defunti trovassero pace, fu eretta la cappella della Santa Croce delle Anime Purganti (in precedenza, nel 1351, era stata eretta la Cappella di Santa Croce nel luogo dove fu decapitato Corradino di Svevia per ordine di Carlo I d'Angiò).
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Un celebre dipinto di Micco Spadaro, Piazza Mercatello a Napoli durante la peste, custodito nel Museo Nazionale di San Martino, ritrae l'attuale piazza Dante affollata di corpi nei giorni terribili dell'emergenza. Così il grande pittore volle immortalare uno dei momenti più tragici della vita cittadina. Spadaro, il cui vero nome era Domenico Gargiulo, fu un impareggiabile descrittore della cronaca cittadina. Amava riprendere, in particolare, gli avvenimenti della Napoli vicereale, gli episodi più cruenti accaduti della città, dei quali in più di un'occasione è stato testimone diretto. Suo padre era un artigiano forgiatore di spade: da lui Micco prese il nome. Si formò presso la bottega di Aniello Falcone e lì conobbe Salvator Rosa, Paolo Porpora, Mario Masturzo. Lavorò a lungo nella Certosa di San Martino, dove realizzò per i monaci numerosi dipinti su tela. Ma fu soprattutto il grande spettacolo della Storia, dall'eruzione del Vesuvio del 1631 alla rivolta di Masaniello del 1647, fino alla peste del 1656, ad appassionare Micco Spadaro e a fare da sfondo alle sue raffigurazioni. Grandi tragedie collettive e rivolte di popolo, scene cittadine affollate di personaggi, quasi degli scatti d'autore che gli valsero la stima dei più grandi mercanti e collezionisti del tempo.

Commentando, nell'Armonia perduta, i dipinti di Micco Spadaro, Raffaele La Capria osservò che in quei quadri gli sembrava di vedere coagulato il furore di un popolo di miserabili. Ed era quel furore a trasmettere, come pochi altri dipinti, una «angosciosa sensazione di agonia»: «Quello spasimo che non rassomiglia al contorcimento teatrale (grandioso e a volte enfatico) della pittura del tempo, ci comunicano i corpi, la massa dei corpi che non sono corpi ma una sopressata di carne viva, uno addossato all'altro, schiacciato sull'altro, confuso e aggrovigliato nella calca, intento ognuno alla sua quotidiana peripezia, e pure impastato nella stessa colla che tutti lega, impigliato nella stessa vischiosa dannazione».
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Non riuscendo a fermare l'epidemia, il viceré e i suoi sgherri decisero di mettere in giro la voce che a portare il flagello a Napoli erano state le polveri velenose «portate dai seguaci francesi del duca di Guisa, e sparse un po' dappertutto, dalle acquasantiere ai cibi, dalle monete ai mercati» (Antonio Ghirelli, Storia di Napoli). Un marchio d'infamia che provocò rappresaglie e cacce agli untori. Mentre il povero dottor Bozzuto, che aveva scoperto la peste ma non era stato creduto, uscì dalle oscure prigioni della Vicaria solo per andare a morire - di peste - nella sua abitazione, nei pressi del Porto. Su un totale di 450mila abitanti, persero la vita in 240mila. Cumuli di appestati, morti o moribondi, furono trasportati nella grotta degli Sportiglioni (cioè dei pipistrelli) presso Poggioreale. Avvenimenti lontani la cui memoria non è andata mai del tutto smarrita.
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«Forsan te haec olim meminisse juvabit», forse un giorno gioverà ricordare tutto questo (le ultime parole pronunciate da Eleonora Pimentel Fonseca prima di consegnare il suo collo al boia, quando la rivoluzione napoletana del 1799 svanì in un'alba patibolare).  © RIPRODUZIONE RISERVATA