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Cottarelli: «Leggevo Churchill e Svevo, ora spiego l'economia alla casalinga di Voghera»

Sabato 9 Luglio 2022 di Angelo Carotenuto
Cottarelli: «Leggevo Churchill e Svevo, ora spiego l'economia alla casalinga di Voghera»

È da circa un anno che Carlo Cottarelli fa il Grillo Parlante dell'economia italiana. Guardava i dati di crescita dall'Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica di Milano e avvertiva di stare attenti all'inflazione. Adesso ripete che i rincari non sono finiti e chiede un sostegno ai salari dei ceti più deboli.

Togliamoci subito il pensiero, professore. Si sente ignorato?
«C'era la speranza, da parte della BCE, che l'inflazione fosse un fenomeno temporaneo, confinato ai prodotti energetici, senza effetti di rimbalzo. Non è andata così. Il tasso di crescita dei prezzi negli ultimi 12 mesi è dell'8%. È salito fino a influenzare le nostre aspettative. Se diventa un'inerzia, sarà difficile rientrare».

C'entra la crisi in Ucraina?
«La tendenza era cominciata prima. In alcuni casi i prezzi sono scesi: la settimana scorsa il frumento aveva il costo più basso dall'inizio della guerra. Il gas è aumentato da quando Putin ha chiuso i rubinetti. Nel lungo periodo, bisogna cercare fonti rinnovabili, abbandonando gli idrocarburi. Nel breve mi pare inevitabile pensare al carbone. Anche se costa sofferenza all'ambiente.

Perché un bimbo di Cremona diventa economista?
«Mio padre si laureò in economia e commercio dopo la fine della guerra. In casa giravano i suoi libri. Da ragazzino facevo grafici dei prezzi su carta millimetrata. Parlo di inizio anni 70. Quelli dello schok petrolifero. Ero un bimbo che aveva giocato con i soldatini, a scuola andavo bene sia nelle materie scientifiche sia in quelle umanistiche. L'economia sta giusto al centro».

Quali altri libri c'erano in casa sua?
«Molti di storia. Ho letto presto i 12 volumi di Churchill sulla guerra mondiale, una maratona, 50 pagine al giorno. Il mio preferito è sempre stato La Coscienza di Zeno. Ogni 10 anni lo riprendo. Ci sono romanzi che col tempo hanno echi nuovi e un senso differente».

Cosa la attrae nell'ultima sigaretta di Svevo?
«Il fatto che il protagonista sia un anti eroe, con debolezze dell'animo in mostra, che abbia l'onestà di riconoscere i suoi limiti. Sono attratto dal ruolo che gioca il caso nelle nostre vite. Uno dei fattori di ciò che chiamiamo complessità».

Cosa c'è stato di casuale nella sua?
«Il mio lavoro. Non avevo un piano B, ma sono un economista per caso. Alla facoltà di scienze bancarie di Siena, avevo chiesto la tesi in diritto commerciale. Il docente avrebbe lasciato la cattedra di lì a poco, non avrebbe potuto seguirmi. Andai dal professor Mario Tonveronachi: politica economica, il modello della Banca d'Italia, ed eccomi qua».

Mi dica una cosa che non sa.
«Ho dei buchi paurosi in una fase della cultura musicale italiana. È colpa del periodo in America. Sono partito a 28 anni con una passione per i cantautori. Battiato, Conte, Fossati. Ma quando lavoravo al Fondo monetario, potevo recuperare le novità solo al rientro. Non esisteva Internet, né avevo la tv italiana. Ligabue l'ho scoperto molto dopo. Per capirci: mi piace Springsteen, ma con Battisti non c'è confronto. E non ho mai imparato le regole del baseball né quelle del football americano».

Con internet esiste ancora la casalinga di Voghera?
«Assolutamente. Ci parlo spesso. Faccio centinaia di incontri all'anno, invitato da imprese, Acli, sindacati, circoli culturali dei paesini. Alle persone che non hanno familiarità con certi termini, l'economia va spiegata in modo chiaro. L'Osservatorio è nato con questa missione. Sono persone preoccupate dalla perdita del potere d'acquisto. Sono stato di recente in Calabria e Sicilia».

Qual è la sua definizione di questione meridionale?
«Non c'è. Esiste una questione territoriale e non è un problema solo del Meridione, ma di tutt'italia. Ce la portiamo dietro dall'Unità. Il reddito pro capite al sud non era lontano dalla media nazionale a fine XIX secolo. La forbice ha toccato il punto massimo dopo la guerra mondiale, c'è stato un recupero negli Anni 60, poi il benessere è calato».

Quali sono le responsabilità del sud?
«Non ne cerco. Usciamo dalla logica delle colpe: se è stato il nord a sfruttare o il sud a non reggere il passo. Io dico: cerchiamo soluzioni. Il Pnrr è una nuova occasione per colmare il divario, attraverso riforme e investimenti».

Lei non è un lombardo che dice: troppo sud?
«Credo ce ne sia la giusta quantità. Bisogna spendere bene questi soldi, lo capiremo nel lungo periodo. Se il sud si riprende, se ne giova tutta l'Italia. L'incognita sono le elezioni dell'anno prossimo. Vedremo che governo verrà fuori».

C'è qualcosa che il nord invidia al sud?
«La pianura padana è uno dei posti più inquinati d'Europa. Al sud faccio esercizi di sana respirazione. Così come esistono esempi di buona imprenditorialità e innovazione in diverse aree, in Basilicata, in Puglia. Il problema del sud rimane ancora un settore pubblico che funziona maluccio»

Cos'è per lei l'ingiustizia?
«La sua forma principale consiste nel negare una possibilità in partenza perché si è nati nel posto sbagliato, maschio o femmnina, con una disabilità. Non avere la possibilità di realizzare le aspirazioni. Esiste un'ingiustizia anche nei risultati finali. Un'economia di mercato lasciata a sé stessa può portare in certi momenti storici - e ci siamo - a squliibri nella distribuzione del reddito. La concentrazione di ricchezza degli ultimi 4 anni va corretta. C'è chi dice che sia ingiustizia non guadagnare tutti la stessa somma: ecco, fin lì non arrivo».

Si riconosce nella definizione di duro?
«Direi di no. Sono un moderato, cerco il compromesso. Mi sono buttato in alcune esperienze, come la revisione della spesa, che mi hanno dato una certa connotazione. Ma non sopporto chi vuole vincere al 100%. Sono per unire, non per dividere. Penso che il pareggio sia il risultato migliore. Tranne quando c'è di mezzo l'Inter».

A che punto è il suo progeto di azionariato popolare?
«Non mi pare ci sia interesse nella proprietà dell'Inter. Non è romanticismo. Fa bene ai conti. Porta a un aumento delle entrate pro capite per tifoso. Crea fidelizzazione. Come capita alle novità che ambiscono a una trasformazione, serve qualcuno che ci creda».

Lukaku l'avrebbe ripreso o non lo avrebbe ceduto?
«Propongo come prossimo ministro dell'economia Giuseppe Marotta. Uno che vende un calciatore a 115 milioni e lo riporta a casa quasi gratis, è il solo che possa risolvere il debito pubblico. Penso che a una certa cifra i calciatori vadano venduti, ma alcuni vanno tenuti per sempre. I Bergomi e gli Zanetti. Io avrei tenuto anche Cambiasso. Oppure Totti alla Roma».

Il filosofo Michael Sandel dice che per un economista nulla è sacro, perché vorrebbe dire che è inestimabile. Cos'è che per lei non ha prezzo?
«Conosco Sandel per le teorie sulla meritocrazia. Estremizza alcuni concetti. Questa frase non la conoscevo. Una marea di cose non hanno prezzo. Non esiste un solo economista sensato che giustificherebbe il mercato degli organi o degli schiavi. Ognuno ha un concetto del limite. Ne ha pure l'economia di mercato. Con questo non voglio dire che lo Stato possa far tutto. Qualcuno ci ha provato e non è andata bene».

Professore, l'ha vista la Casa di Carta? Ha fatto anche lei il tifo per gli svaligiatori di banche?
«Ah, sì, la conosco. Ho visto quattro episodi e l'ho lasciata. Troppi personaggi esagerati: uno più matto dell'altro e tutti insieme nella stessa banda. Il filone c'è sempre stato. Se lo ricorda Sette uomini d'oro? Ma questa ammirazione cinematografica per i criminali, non l'ho mai avuta. Nemmeno nei fumetti. Per quanto brillanti, i Diabolik non li ho mai sopportati».

Nemmeno Robin Hood?
«Quello che rubava ai ricchi per dare ai poveri? Beh, con Robin Hood siamo dalle parti della redistribuzione dei redditi, o no?».

Ultimo aggiornamento: 16:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA