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Letizia Battaglia, morta la fotografa che raccontò la lotta alla mafia e le stragi che insanguinarono Palermo

Mercoledì 13 Aprile 2022
Letizia Battaglia, morta la fotografa che raccontò le stragi di mafia

​«Alla mia età, sono un buon esempio, credo, di vita sofferta, combattuta, anche realizzata. Sono un esempio di possibile felicità, realizzazione, rispetto verso noi stessi». Letizia Battaglia si raccontava così lo scorso anno, in un’intervista rilasciata al Messaggero per L’Isola del Cinema, introducendo il documentario sulla sua vita, Shooting the Mafia di Kim Longinotto. La fotografa, che per anni ha documentato senza timore e senza filtri la mafia  a Palermo - fu la prima a immortalare la scena del delitto di Piersanti Mattarella, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980: «Vedere un uomo che era vigoroso, bravo, lì, senza forze, finito, fu orribile» - si è spenta, ieri, in tarda serata, a 87 anni compiuti lo scorso 5 marzo, per una malattia che la affiggeva da tempo.

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RIFERIMENTO

Fino all’ultimo, ha documentato, narrato, testimoniato, confermandosi un riferimento per molti, e soprattutto per molte, anche della capacità di fare sempre, come diceva, «un passo in più». E sì che la carriera di fotografa l’aveva cominciata quasi per caso, per riprendersi la vita - e la libertà - che desiderava. Palermitana, classe 1935, si era sposata giovane. Moglie e madre - ha avuto tre figlie - dopo aver lasciato il marito, si accostò alla cronaca, nel 1969, prima come giornalista, poi come fotografa. «Solo per guadagnarmi il pane, avevo lasciato un marito benestante e avevo rifiutato gli alimenti», spiegava. Cominciò a lavorare, unica donna in un mondo di uomini, per L’Ora. Era «proprio per pagarmi l’affitto, per pagarmi il cibo». 

 

IN GIOCO

Nel 1970 lasciò Palermo per trasferirsi a Milano e iniziò a collaborare con più testate. La fotografia che sembrava la risposta a un “bisogno” concreto, si rivelò presto una vera necessità dell’anima, il modo ideale per mettersi in gioco, sentirsi padrona della propria vita, utile per la comunità. E, appunto, nuovamente e pienamente libera, come voleva. Nel 1974, creò con Franco Zecchin, l’agenzia Informazione fotografica, e, a Palermo, cominciò a fotografare i delitti di mafia, a immortalare i volti dei boss, a denunciare, insomma. «Non eravamo solo fotografi, eravamo militanti», affermò. Immortalò gli arresti dei membri dei clan, le vittime assassinate, la ferocia della mafia, l’orrore anche dell’omertà. Tra fine anni ‘80 e i primi anni ‘90 si dedicò alla politica, fu assessore comunale in una delle giunte guidate da Leoluca Orlando. 

«Palermo perde una donna straordinaria, un punto di riferimento - ha detto il sindaco Orlando - Letizia Battaglia era un simbolo internazionalmente riconosciuto nel mondo dell’arte, una bandiera nel cammino di liberazione della città di Palermo dal governo della mafia. In questo momento di profondo dolore e sconforto esprimo tutta la mia vicinanza alla sua famiglia». Letizia Battaglia ha raccontato la mafia per contrastare il silenzio che le consentiva di proliferare. E ha documentato molti dei più noti omicidi di stampo mafioso, con alcune grandi eccezioni. «Per Falcone non andai, per Borsellino ero lì davanti con la macchina fotografica, ma cosa fotografavo? Mi vergogno di non aver avuto il coraggio di scattare, perché è bene denunciare, è bene accusare, è bene mostrare». Ha fotografato, invece, Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente della scorta di Falcone - «Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio», disse la vedova ai funerali - e ha realizzato un ritratto dai contrasti netti, per mostrare l’anima di una società onesta in contrasto con un mondo di “ombre”. Quello stesso viso, lo ha portato in mostra lo scorso anno, a Roma, nella collettiva La Vita Nova. L’amore in Dante nello sguardo di 10 artiste, al Museo Barracco, ponendolo in dialogo con le immagini di un angelo bambina e la scultura che rappresenta Eleonora d’Aragona, a illustrare più anime femminili. Sì, perché “fotografa di mafia”, come è nota anche all’estero, era una definizione che a Letizia Battaglia andava stretta. C’era molto di più nel suo modo di guardare - e narrare - la realtà. 

 

 

LA BAMBINA

Nello stesso anno del delitto di Piersanti Mattarella, realizzò un altro scatto divenuto iconico, a Palermo, quello della «bambina con il pallone», che fece il giro del mondo, conquistando con la sua intensità. Sono migliaia le fotografie - «Il mio archivio è pieno di tante, tante foto, ancora magari neanche stampate» - con le quali, negli anni, ha documentato, raccontato, interpretato la realtà, dall’amore, in tutte le sue manifestazioni, fino al nudo femminile, come «forza della natura», presa di posizione e messaggio politico, tema al centro degli scatti degli ultimi anni. Pluripremiata, è stata la prima donna europea a ricevere a New York, il Premio Eugene Smith, intitolato al fotografo di Life: lo conquistò nel 1985 ex aequo con Donna Ferrato. E nel 1999 si è aggiudicata il Mother Johnson Achievement for Life. Alle donne, Letizia Battaglia, ha dedicato sempre grande attenzione, per manifestare il bisogno di una “rivoluzione”, anche di genere, contro gli stereotipi, i pregiudizi, i limiti. Ecco la volontà di andare sempre avanti, con lo sguardo, con l’esempio, con i progetti, con la voglia di raccontare e la disponibilità a raccontarsi. «Ho sempre fatto un passo in più - confidava - io voglio vivere così». 
 

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 13:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA