Coronavirus, ecco perché
​i rischi aumentano

Venerdì 23 Ottobre 2020 di Marcella Travazza

Oggi che le terapie intensive iniziano a riempirsi come agli albori di quella che tutti ormai ricordano come la «prima ondata», si dissolvono in nuovi timori le convinzioni di un Covid mutato, più «docile» che in passato. «Tutti gli studi che analizzano le mutazioni del virus testimoniano che si tratta di mutazioni secondarie. I dati clinici di questi giorni, inoltre, ci confermano che il Covid ha mantenuto per intero la sua aggressività», spiega Massimo Andreoni, direttore di Malattie infettive al Policlinico Tor Vergata di Roma.

Andreoni, che riveste anche il ruolo di direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), evidenzia come stanno aumentando i malati gravi. «Nella prima fase dell'epidemia - dice - testavamo solo i pazienti sintomatici, ora in vece testiamo anche gli asintomatici. In realtà, guardando ai pazienti che ricoveriamo in ospedale, la percentuale di casi gravi è pari a quella della prima ondata». Dunque, non ha dubbi: «La situazione attuale è potenzialmente più grave oggi che nei mesi scorsi. Oggi dobbiamo fare i conti con un'epidemia nazionale, non più solo in alcune regioni. In secondo luogo, nel corso della prima ondata ci siamo difesi con un lockdown molto precoce. In alcune regioni, nei mesi scorsi, il virus era rimasto virtualmente assente. Ha circolato solo in maniera molto parziale. Oggi il Covid si è diffuso in tutta la penisola, anche in maniera ampia, un lockdown praticato in questo momento avrebbe un effetto visibile solo in tempi ben più lunghi di quello di fine marzo».

Ciò che gioca a favore dei nuovi pazienti è la maggiore efficacia delle terapie, o meglio quanto si è imparato grazie all'esperienza sul campo. «Più che avere nuovi farmaci - dice Andreoni - abbiamo capito quali farmaci non dobbiamo usare. Eliminati quelli che non danno gli effetti sperati, abbiamo compreso meglio come usare quelli che hanno dimostrato di essere efficaci». Per l'esperto, un valido aiuto potrà arrivare dagli anticorpi monoclonali, ma sarà comunque importante riuscire ad avere un vaccino che riesca a creare un'immunità diffusa. Tuttavia «i tempi sono abbastanza lunghi». Se un vaccino funzionante dovesse arrivare a dicembre, «per vedere una riduzione della circolazione virale dovremmo aspettare dai 6 ai 9 mesi». Ecco perché gli esperti pongono l'accento sulla prevenzione, che resta una delle armi più forti a disposizione. Lo ribadisce Maria Triassi, direttore del dipartimento di Sanità pubblica, Farmacoutilizzazione e Dermatologia della Federico II di Napoli. «Il distanziamento - chiarisce - resta la misura più efficace, anche se non sempre attuabile. La distanza di sicurezza è legata alla capacità del droplet di diffondersi nell'aria, una distanza che si stima sia di 1 metro e 80 centimetri». A complicare le cose ci si mette l'influenza, alla quale inevitabilmente si dovrà tener testa. «Ecco perché - dice Triassi - bisognerebbe riuscire a coprire una gran parte della popolazione a rischio con il vaccino antinfluenzale».

La professoressa sottolinea: «Si deve far differenza tra positivi che contagiano e positivi che non contagiano, tra sintomatici e asintomatici. E far passare il concetto che positivo non necessariamente significa malato. Questo ci dovrebbe far capire quanto sarà importante per affrontare i prossimi mesi la medicina territoriale. Ciò che possiamo fare per evitare il collasso del sistema sanitario è strutturare una rete di sanitari, che siano medici o infermieri, pronti a stare quotidianamente in contatto telefonico con i sintomatici non gravi da tenere a domicilio. Il ricovero va riservato ai pazienti gravi, altrimenti non ci basteranno 100mila posti letto. Occhio anche alle dimissioni che devono essere effettuate appena possibile: il monitoraggio quotidiano dell'occupazione dei letti dev'essere letto alla luce dell'appropriatezza di ammissione e dimissione dei ricoverati».

Infine, le mascherine. Quali bisogna usare? «Nel quotidiano - conclude Triassi basta una mascherina chirurgica, quelle FFP2 ed FFP3 lasciamole per situazioni di rischio, in particolare negli ospedali». Altra misura, forse la più importante arma di prevenzione, resta il lavaggio frequente e la cura delle mani. 

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