Festival di Cannes, la Palma d'Oro va in Corea: Banderas miglior attore

di Titta Fiore

CANNES - Per la prima volta, la Palma d'oro va a un regista della Corea del Sud, Bong Joon-ho, un cinefilo appassionato che si è nutrito con il cinema di Chabrol e di Clouzot, ma deve conoscere molto bene anche i film italiani dei tempi d'oro: «Parasite», infatti, è una commedia nera sulle contraddizioni delle società metropolitane, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono condannati ad accontentarsi delle briciole. L'upper class su, in un villone domotico, asettico come una sala operatoria. I reietti giù, nello scantinato in fondo a un vicolo dove vanno a urinare gli ubriaconi. La lotta di classe del terzo millennio comincia con l'allaccio abusivo al wifi dei vicini e finisce in tragedia, tra colpi di scena e trovate «tarantiniane», quando i due universi paralleli entrano in contatto. Nella scena clou parte a palla «In ginocchio da te» di Gianni Morandi, che per il regista è un mito («Vorrei conoscerlo», e il cantante rilancia: «Vengo in Corea»). Applausi e risate ad ogni proiezione. Due anni fa Bong Joon-ho portò a Cannes «Okja», il primo film Netflix proiettato sulla Croisette, aprendo senza saperlo la strada alle polemiche sulle piattaforme dello streaming.

Per la prima volta, il verdetto è nel segno delle donne registe. Certo, Jane Campion resta ancora l'unica cineasta ad aver vinto la Palma con «Lezioni di piano», ma il tasso di autorialità femminile in una rassegna accusata più volte di dare poco spazio alla creatività di genere è un bel passo avanti. Céline Sciamma, che ha firmato con «Portrait de la jeune fille en feu», un'intensa storia d'arte e d'amore lesbo ambientata nel Settecento, sembrava in pole position per il riconoscimento maggiore, invece la giuria guidata dal messicano Alejandro Gonzalez Inarritu l'ha premiata per la sceneggiatura. Mati Diop, autrice franco-senegalese al debutto dietro la macchina da presa, porta a casa il prestigioso Grand Prix con «Atlantique», che racconta il dramma dei migranti nella disperazione di chi parte e nel dolore di chi resta ad aspettare un ritorno che forse non ci sarà. L'austriaca Jessica Hausner, lanciata dall'algido «Lourdes», trova posto nel palmarès grazie alla protagonista del suo «Little Joe», fantascienza prossima ventura in cui il polline di una piantina geneticamente modificata ha il potere di «disumanizzare» la gente: a Emily Beecham, infatti, va il premio per la migliore attrice.
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Domenica 26 Maggio 2019, 08:00
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