Toni Servillo alla Mostra di Venezia: «È recitando che conquisto la mia libertà»

Lunedì 6 Settembre 2021 di Titta Fiore
Toni Servillo alla Mostra di Venezia: «È recitando che conquisto la mia libertà»

Il volto della Mostra è lui, Toni Servillo, protagonista in tre film, due volte in concorso. Il «New York Times» lo ha messo tra i 25 attori più importanti del secolo: per tutti, un maestro. Aspetto autorevole e lampi d'ironia acuminata. Non a caso Silvio Orlando, che lo affianca in «Ariaferma» di Leonardo Di Costanzo, dice di aver scoperto in lui, sul set, «un aspetto di clownerie ben custodito». Nel film, ieri molto applaudito e che certo non avrebbe sfigurato in gara, i due si affrontano in un duello di sguardi e di silenzi più eloquenti di mille parole. Toni è l'ispettore di un carcere in dismissione, Silvio un detenuto di rispetto. Prigionieri entrambi di un sistema e di una sofferenza comune. In «È stata la mano di Dio», invece, Paolo Sorrentino gli ha chiesto di interpretare suo padre e domani lo vedremo in «Qui rido io» di Mario Martone nei panni carismatici di Eduardo Scarpetta.

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Hanno qualcosa in comune, i tre personaggi?
«No, sono diversissimi tra loro, ed è proprio questo il bello. Li unisce il fatto che i registi sono tre compagni di strada. Ho sempre coltivato una forte vicinanza con il cinema d'autore. Con Paolo e Mario siamo cresciuti insieme, Leonardo lo conosco da quando lavorava nell'organizzazione del Teatro Nuovo. Questi film nascono da una collaborazione di lunga data».

Sorrentino la considera un fratello maggiore e glielo aveva predetto: prima o poi sarai mio padre sullo schermo. Che effetto le ha fatto?
«Ho sentito dentro di me la necessità di avere la mano leggera nella recitazione, una linearità di racconto, una semplicità di segno. Avevo una grande fiducia in questo film, proprio per la familiarità con Paolo, e quando l'ho visto ho avuto la conferma che aveva colpito al cuore. Vent'anni fa venimmo a Venezia con L'uomo in più e l'ultima inquadratura era la dedica ai suoi genitori. Me ne sono ricordato la sera della prima, è stato molto emozionante».

In «Ariaferma» ha recitato per la prima volta con Silvio Orlando.
«Di Costanzo è uno dei nostri autori più bravi, ha un piglio sicuro e delicato nel lavoro con gli attori e, mettendo insieme nei ruoli principali Silvio e me, ha fatto anche nascere una bellissima amicizia».

Com'è il suo ispettore carcerario?
«Vive un conflitto molto forte tra il senso di responsabilità e la compassione, applicabile a tante zone della vita».

Scarpetta è una figura seminale del teatro napoletano e italiano. Che cosa la colpisce di lui?
«Il suo vitalismo, era un uomo che si mangiava la vita a morsi. Mi sono avvicinato al suo personaggio come ci si avvicina a un animale predatore che traccia i confini di un territorio: la sua famiglia, la sua città, i suoi attori. E in questi confini andava a caccia d'amore, di sesso, di testi. Con energia e con determinazione. Con la stessa forza capì, a un certo punto, che il suo tempo stava finendo e decise di ritirarsi».

Come si scandisce il tempo del teatro?
«È un argomento affascinante. Vedendo Eduardo al proscenio sembrava che nel rapporto con il pubblico trovasse una sorta di protezione che gli garantiva l'immortalità. Per me il teatro è una faccenda di sensi che raggiunge il suo zenit nella gioia dell'esuberanza fisica».

Quest'anno Napoli è protagonista alla Mostra.
«Non è la prima volta, non mi sorprende. La città è sempre molto presente con i suoi registi, i suoi attori e le sue storie. Noi ne raccontiamo alcuni aspetti, per esempio come, da grande capitale europea, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento organizzava la sua vita sociale e culturale. Altri ancora ne vedremo nel film di Roberto Andò, Il bambino nascosto, che chiude la Mostra. Nel film di Sorrentino, invece, ci sono i turbamenti che il regista distende su tanto mare, facendo emergere via via i santi, i criminali, l'amore, il dolore, il cinema. Insomma, tra tanti problemi, non difettiamo nelle arti sceniche e dello spettacolo. Non manca il talento».

Tornerà presto sul set?
«Tra pochi giorni, il 9 settembre, batteremo proprio qui al Lido il primo ciak del film di Gabriele Salvatores, Il ritorno di Casanova. Io interpreto un regista che mette in scena il testo di Schnitzler, abbiamo bisogno di un tappeto rosso. Nei panni di Casanova c'è Fabrizio Bentivoglio. Nel frattempo ho girato con Marco Bellocchio un episodio della serie sul caso Moro, mentre nel nuovo film di Paolo Genovese, Il primo giorno della mia vita, sono un personaggio piuttosto misterioso che induce quattro persone decise a farla finita a cambiare idea. Forse».

Come ha vissuto il lockdown?
«Mi sono fermato con il teatro, naturalmente, le sale erano chiuse e anche ora stanno riaprendo con difficoltà. Il cinema, per fortuna, non si è fermato mai. Abbiamo girato tanto, con l'aiuto di una nuova figura professionale, il covid-manager».

Il peggio è alle spalle, secondo lei?
«La sensazione più forte è che non si tornerà più indietro. Niente sarà come prima, aspettiamo di capire come cambieranno le nostre abitudini e, soprattutto, come ne risentirà la nostra socialità. In che modo staremo insieme, a godere delle stesse cose».

Il teatro regala questa libertà?
«Sì, per un attore il territorio di conquista della propria libertà è il palcoscenico, perché da lì diventa testimone, punto di riferimento. Eduardo diceva: Lontano dal palcoscenico mi sento uno sfollato».

Ultimo aggiornamento: 13:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA