Napoli può ricominciare da Troisi

Mercoledì 21 Febbraio 2018 di Titta Fiore
«Adesso vengono i giornalisti e mi chiedono: Troisi, tu che ne pensi di Dio?, Troisi, come si risolvono i problemi di Napoli?, Troisi, come si può esprimere la creatività giovanile?. Ma che è? Pare che invece ca nu film agg' fatto i Dieci Comandamenti». No, non ha scritto i Dieci Comandamenti, Massimo Troisi: non era del ramo. Ma nel suo campo, facendosi scudo di una leggendaria pigrizia, si è dato da fare parecchio. E quindi l'idea dei suoi vecchi compagni di Smorfia, subito accolta dal Comune, di dedicargli una festa in Piazza del Plebiscito lunga una settimana, non solo è bella, è anche il naturale riconoscimento per l'arte di un amico geniale che non se n'è mai davvero andato. Di più: ricominciare da Troisi, nel cuore di una città attossicata da una campagna elettorale feroce, da un uso disinvolto delle news e delle fake-news, della verità e della post-verità, dalle emergenze avventurose è un segno di alterità che val la pena di cogliere al di là della sua portata di evento culturale e di spettacolo. 

Massimo, che oggi avrebbe 65 anni e a 41 ci lasciò perché o ssaje comme fa o core quando è stanco e malato, è il simbolo della grazia applicata al talento, dell'ironia tagliente e mai volgare, della leggerezza profonda, dell'etica che va di pari passo con l'estetica. Massimo, che oggi avrebbe celebrato con Lello Arena e Enzo Decaro i quarant'anni dalla fondazione del loro gruppo di resistenza comica e anarchica in una città puntellata dai tubi innocenti del post-terremoto e ferita nell'integrità del suo corpo sociale, è la resilienza al degrado della convenzione, la continuità di un modello identitario che aveva in odio i luoghi comuni e a cuore lo sberleffo capace di scardinare la mediocrità. Quanto sarebbe necessario, lo sguardo luminoso di Massimo Troisi, in tempi così fangosi e oscuri, non c'è bisogno di spiegarlo. Quanta emozione ci coglierà vedere i suoi film su maxischermo nella piazza che sembra disegnata per stringere in un abbraccio accogliente le voci degli artisti è facilmente immaginabile. Dice Lello Arena: «Avevamo mille motivi per non farla, questa festa. E invece si fa. L'arte di Massimo deve continuare a vivere e lui, forse, dall'alto, vedrà che non sempre Napoli dimentica i suoi figli migliori». Dice Enzo Decaro: «Celebriamo un mito mite e quei ragazzi che avevano sessant'anni in tre alla fine degli anni Settanta, anni magici, speciali». 

Hanno ragione entrambi. Negli anni della Smorfia Pino Daniele tingeva di blues il suo spirito ribelle, e Roberto De Simone riscriveva la tradizione con la Nuova Compagnia di Canto Popolare; ai Quartieri Spagnoli nascevano teatri tra i palazzi scalcagnati e i tubi innocenti, e in quelle cantine ragazzi come Mario Martone, Toni Servillo, Antonio Neiwiller, davano vita a linguaggi espressivi diversi, a codici narrativi rivoluzionari. L'energia tellurica dell'arte, che sempre scorre nel corpo di Partenope, si riversava nella musica di Edoardo Bennato, nelle canzoni di Enzo Gragnaniello, e il cinema, in crisi anche allora, trovava un po' di respiro negli exploit dei «nuovi comici». Troisi, tra questi, era il più talentuoso, il più divertente. A volte il più amaro. Mai indulgente, era però capace di guardare alla realtà con il sorriso chiarificatore della poesia. Sapeva di non aver scritto i Dieci Comandamenti, ma conosceva la responsabilità di parlare per nome e per conto di una città complicata e amatissima qual è Napoli. Riscoprire gli aspetti più nascosti della sua personalità nel racconto di chi lo conosceva e di chi lo ha amato, nelle immagini inedite del suo vissuto sarà, per questa città, un regalo magnifico. «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve...». A noi, caro Massimo, la tua poesia struggente e gentile servirà sempre. © RIPRODUZIONE RISERVATA