Gli «Organismi» di Vitolo
solista ma non troppo

Mercoledì 24 Giugno 2020 di Federico Vacalebre
Ernesto Vitolo
Wikipedia dixit: «Autodidatta, polistrumentista, inizia a suonare la fisarmonica a 6 anni, a 9 il violino, a 11 il pianoforte. Si avvicina poi all’organo Hammond che lo porta a esibirsi già a 12 anni nei club locali». Si diploma in solfeggio e teoria musicale nel 1975 e si dedica allo studio della composizione per tre anni con Bruno Mazzotta». Sempre secondo la webenciclopedia: «La sua carriera professionale inizia ufficialmente nel 1971, come organista nel gruppo di Rocky Roberts», prosegue con gruppi come La Nuova Generazione e i Crisalide, prima di scegliere/accettare il mestiere di sessionman, sia pur di lusso.
Da allora, oltre ad essere stato una colonna portante del suono del neapolitan power, al fianco di Pino Daniele ma non solo (James Senese e Napoli Centrale, Tony Esposito, Edoardo Bennato, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Nino Buonocore), ha suonato con Vasco Rossi, Eugenio Finardi, Renato Zero, Marina Rei, Giorgia, Irene Grandi, Andrea Mingardi, Alex Britti...
Eppure Ernesto Vitolo, classe 1955, se ne va ancora in giro per il centro storico con una borsa piena di cd (giuro che l’ho incontrato davvero solo pochi giorni fa): sono copie del suo quarto album solista, titolo adattissimo, «Organismi». In rete è uscito da qualche tempo, ma lui ha fortemente voluto anche le copie fisiche e le ha distribuite personalmente negli ultimi negozi di dischi, o di strumenti, della sua città. «Piano & bit», debutto ambizioso, era del 1992 e c’erano dentro anche Toots Thielemans e Mike Stern. Dopo «Vintage hands» del 2005 e «Vitologic» del 2010, «Organismi» (FlyingFingersTales Records) è una sorta di dichiarazione di fedelta alla (propria) linea senza cercare ospiti d’onore o sperare in ribalte mediatiche.
All’Hammond, ma anche alle altre tastiere, Ernestino declina alla sua maniera i propri amori musicali, fregandosene delle mode o delle convenienze: «O ripp o rapp» è un omaggio a Mama Africa Miriam Makeka e il suono del continente nero tornerà prepotentemente protagonista nel più movimentato «Afrofunk», ma anche in «Nosybe childs». «Fresh garbage» degli Spirit (qualcuno li ricorda?) sfodera la solida vocalità di Lino Vairetti (Osanna), «Take six» gioca con Dave Brubeck, «50 sfumature di Hammond» tiene fede al titolo.
L’elettronica entra ed esce da pezzi orgogliosamente analogici, ma capaci di mettere la tecnologia al servizio del suono, degli strumenti e degli strumentisti. Che qui sono tanti, ed eccelsi, riepilogando le relazioni intrecciate da Vitolo in questo primo mezzo secolo di musica. Tra gli altri: Gigi De Rienzo, Giovanni Imparato, Salvio Vassallo, Pippo Matino, Agostino Mennella, Franco Giacoia, Agostino Marangolo, Rosario Jermano, Paolo Raffone... Tutti magnifici «Organismi» sonori, spesso in secondo piano rispetto al band-leader e cantante di turno, ma sempre fondamentali, proprio come l’Hammond di Vitolo nella definizione di «quel» suono così determinante per un successo, discografico o live che sia. Ultimo aggiornamento: 07:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA