​Pino Daniele, a notte fonda
il premio a metà di Sanremo

Giovedì 7 Febbraio 2019 di ​Federico Vacalebre

E la montagna partorì il topolino. È notte fonda quando Sanremo consegna il suo premio alla carriera (e alla memoria) a Cristina e Sara, due dei cinque figli di Pino Daniele, e Baglioni ricorda l’amico che al Festival non fu mai di casa: nel 1991 scrisse «In questa città» per la Berté, terzultima; nel 2001 tornò da superospite, con annessa polemica a distanza con Bossi; nel 2009 un’altra toccata e fuga. Dieci anni dopo, pace non è fatta. 

Possibile che il Festival della canzone italiana non sappia valorizzare il riconoscimento a uno dei suoi massimi esponenti con un momento artisticamente più significativo e a un orario più degno? Che non ci fosse in giro uno straccio di ospite, superospite, orchestrale, showman, showgirl, chitarrista, sassofonista, presentatore, che potesse sciogliere in una standing ovation sulle note di «Napule è», o di «Quando» se davvero qualcuno avesse paura della lingua napoletana, il pubblico dell’Ariston?

Possibile che gli autori della kermesse più seguita e costosa d’Italia sappiano affidare a Marco Mengoni «Un’avventura» per lanciare il film battistiano di Marco Danieli con Michele Riondino e Laura Chiatti (toh, ci sono anche loro sul palco), e non chiedere a Fiorella Mannoia una delle perle del Lazzaro Felice che canta ad ogni concerto con dedizione e sensibilità? Magari coinvolgendo in un duetto il direttore-dittatore artistico, magari rubando qualche minuto a sketch non proprio memorabili come la gag della punteggiatura di un Claudio Bisio che ancora non riesce ad entrare in partita?

Possibile, perché nella terra dei cachi gli omaggi quando non diventano oltraggi sono spesso fuori fuoco, quasi sopportati da questa o quella fazione festivaliera. Così, nell’anno in cui era partita una sorta di petizione popolar-vip che invocava un premio alla carriera per Peppino Di Capri, dal cilindro era uscita l’alternativa del Nero a Metà, quasi in un derby tra gli americani di Napoli, tra gli eredi del maestro Renato Carosone. Non per fare i vittimisti, non per fare i campanilisti, ma per ricordare un gigante della canzone italiana a quattro anni dalla scomparsa, si può fare di più. Ed è davvero difficile fare di meno di un premio a metà, di un applauso rubato tra i papaveri e le papere, tra uno spot e una gaffe, tra una canzone che dimenticheremo presto e un’altra canzone che dimenticheremo anche prima.
 

Ultimo aggiornamento: 15:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA