Mannarino quinto: «Tribale e digitale, la nostra resistenza è un futuro antico»

Lunedì 13 Settembre 2021 di Federico Vacalebre
Mannarino quinto: «Tribale e digitale, la nostra resistenza è un futuro antico»

Il disco si apre con «Africa», che è stato anche il singolo di lancio, e prosegue con «Congo», ma guarda soprattutto («Cantarè», «Fiume nero», «Agua» con il coro delle donne combattenti As Karuanas, come anche «Amazonica», «Vagabunda») a certo Brasile post-tribalista, sincretista per scelte e necessità, capace di conciliare le esigenze del suono delle radici con quello delle ali elettroniche, il ritmo della terra con la melodia digitale. «V» è il quinto disco di Mannarino, e il titolo può essere letto come simbolo di quel che volete, tranne che, all'occidentale, di «vittoria». L'incantautore romano guarda all'iniziale di parole come venere, voce, vita, ventre, veleno, violenza, villaggio, vagina, vulcano, vagabonda, vento, vanità, verbo, verità. L'ultimo, naturalmente, è il termine più scabroso per un album che è un «invito a non aver paura», per un lavoro «che cerca anticorpi» e intravede un alito di speranza nel «futuro antico» e nella rivolta dei popoli indigeni, nei movimenti anticapitalistici che si stanno affermando in Amazzonia, come in «Africa», appunto. Il samba va a braccetto con il funky, il dub è reggae metropolitano, la canzone gioco cosmopolita, BallaBabylonia e «Bandida» ereditano la patchanka di Manu Chao, «Congo» racconta la paura dell'altro in un paesino italiano fotografato alla vigilia di Natale, «Amazonica» denuncia lo scempio delle politiche anti-indigene di Bolsonaro, «Banca de New York» è un'ironia trip hop. Il Mannarino dj di world music torna a galla più prepotente che mai, in un disco curioso, stimolante, potente. 

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Un tempo si sarebbe definito «V» come un prodotto «glocal», capace di tenere insieme la tua romanità e il resto del mondo, Alessandro. Ma oggi vanno di moda altre definizioni, tipo «resiliente».
«E a noi della moda... Diciamo che non faccio il colonialista del suono, che non è un lavoro di appropriazione culturale. Continuo il discorso iniziato con Apriti cielo, anche se liberandomi dello scontro diretto con il potere per cercare la risposta al virus, anzi ai virus, nella fantasia, in certo ancestrale tribalismo, nell'irrazionalità».

World music e canzone d'autore le aveva già messe insieme il maestro De André. Tu prosegui in direzione ostinata e contraria ma con la complicità della tecnologia.
«Se sappiamo della rivolta che in Cile, in Colombia, in Brasile cresce contro il neoliberismo lo dobbiamo soprattutto alla tecnologia. E la possibilità di far suonare certi tamburi, certi strumenti antichi, grazie allo sviluppo digitale è una cosa che mi affascina. Il Covid mi ha lasciato il tempo di stare su ogni singola parola e nota molto più a lungo del solito».

Sempre presente nei tuoi album, come figura di carne e di sogno, la donna è al centro di «V», sin dalla copertina, una guerrigliera indigena.
«Ha il passamontagna calato a metà. Se lo sta abbassando significa che sta andando in guerra, se lo sta alzando significa che sta per regalarti la sua bellezza. Nel primo caso sta cancellando la sua identità. Nel secondo la sta rivelando. Ha paura o sa di non doverne avere. Nel disco scopriremo quale delle due ipotesi è vincente. Nel disco la donna, come la musica, è natura, madre terra, sesso, irrazionalità, ha la possibilità di ribaltare il patriarcato dominante, di ribaltare anche i miei preconcetti di maschio».

Ma un altro mondo è possibile? Nella ballata finale «Paura» canti: «Ma che può fare uno da solo contro il sistema? Ah se fossimo in tanti, se fossimo in tanti... saremmo il sistema». Ed ecco di nuovo l'anarchico pensiero dell'amico fragile Faber convinto che una riunione di condominio sia il massimo di democrazia possibile?
«Come Hakim Bey ogni tanti ci scopriamo liberi, o almeno più liberi e più a nostro agio, nelle Taz, le Zone temporaneamente autonome, in cui ci imbattiamo. Non sarà la migliore delle utopie possibili, ma certe canzoni-Taz sono un vaccino contro il virus del nichilismo dilagante». 

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