Kobe, una leggenda vincente non soltanto sul parquet

Lunedì 27 Gennaio 2020 di Gianluca Cordella
Kobe Bryant

«Se non credi in te stesso, chi ci crederà?». Era la battuta con cui Kobe Bryant chiudeva un famoso spot pubblicitario in onda sulle nostre tv. La frase, ovviamente, era pronunciata in quell’italiano più che fluente che Kobe aveva imparato tra i 6 e i 13 anni, quando seguì papà Joe - ala grande con molto talento in meno del figlio - tra Rieti e Reggio Emilia, passando per Reggio Calabria e Pistoia. E non era un caso che quella frase fosse pronunciata proprio dal 24 dei Lakers (che però all’epoca indossava ancora l’8, i suoi due numeri storici). Kobe credeva in maniera smisurata nei propri mezzi, come si conviene alle stelle della Nba. Ed era sufficiente osservarlo in campo per capirlo, con quella mandibola sempre protesa in avanti che era quasi una didascalia per gli esperti di linguaggio del corpo. Sapeva di essere letale al punto da attribuirsi da solo, dopo aver visto “Kill Bill: Volume 2”, il soprannome di Black Mamba che lo ha accompagnato fino alla fine della carriera. Segnale di una passione per il cinema che negli anni è diventato un altro dei suoi territori di conquista. Sì, perché Bryant non è stato solo uno dei più formidabili giocatori di pallacanestro della storia come suggeriscono i cinque titoli Nba conquistati con i Lakers, i 33.643 punti segnati in carriera (quarto marcatore all time della Nba, scavalcato proprio la notte scorsa da LeBron James, che ha raccolto la sua eredità nella Los Angeles gialloviola), i due ori olimpici vinti con il Dream Team americano. Kobe è stato un’icona universale e come tale la sua grandezza è andata ben oltre i confini dello sport. Oltre gli 81 punti segnati in una magica notte contro Toronto - prestazione personale seconda solo ai 100 di Wilt Chamberlain - e oltre i titoli di Mvp (tre totali tra regular season e playoff). Bryant è stato così fenomeno da riuscire a mettersi in bacheca anche un Oscar. Era il 2018 e il mito di Filadelfia veniva premiato dall’Academy per “Dear Basketball”, il cortometraggio costruito intorno alla lettera con cui il 29 novembre 2015 diede l’addio al campo. Era la sublimazione di un rapporto che lo aveva già visto impegnato più e più volte tra piccolo e grande schermo. 

FUORI DAL CAMPO
Ciò che era oro sul parquet, come spesso accade ai miti dello sport, ha però vissuto momenti complicati sul versante privato. Il matrimonio con la storica compagna Vanessa Laine è stato messo a dura prova dalle accuse di stupro che hanno trascinato Kobe in tribunale nel 2003. Dopo numerose udienze, la ragazza - una cameriera di un hotel di Edwards, Colorado - ritirò le accuse. Ma quel rapporto sessuale, che secondo la difesa era consenziente, smascherò comunque le infedeltà del campione. Che furono alla base della richiesta di divorzio di Vanessa nel 2011. Separazione che poi venne scongiurata e dimenticata grazie alla nascita di altri due figli. Già, quattro figli, tutti con nomi italiani: Natalia Diamante, Gianna Maria Onore, Bianka Bella e Capri Kobe. A rendere più solido quel legame con una terra che oggi piange quel pestifero figlioccio che firmava autografi ai suoi coetanei al grido di: «Tienilo. Io diventerò famoso». 

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