Robot sessisti: «Solo voci di donne sottomesse», il richiamo Onu ai giganti hi-tech

I robot hanno voci di donne sottomesse
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«Se potessi, arrossirei». Ma non può, nemmeno se insultate, dite parolacce o esagerate con complimenti. Non arrossirà e mai cambierà tono di voce perché Siri è un robot. Può solo obbedire alle vostre richieste e lo lascia intendere con quella voce di donna paziente e «sottomessa». La stessa di Alexa e di Google Assistant, le schiave digitali. Mai che ci sia un uomo a prendere ordini e rispondere, una Siri in versione maschile, un maggiordomo tecnologico. E lo sapete perché? Semplice: sono gli uomini a creare programmi, l'intelligenza artificiale è nelle loro mani e sono loro a scegliere le voci dei robot. Guarda caso, quelle di donne che solo a sentirle ti immagini l'inchino. Un affare non da poco, quelle voci accompagnano la nostra vita. Se i robot sono sessisti, dice l'Onu, è perché troppe poche donne lavorano nell'AI, intelligenza artificiale. Solo il 12 per cento. Avanti di questo passo, avvertono le esperte di tecnologia, e il futuro lo disegneranno gli uomini.

Poche donne esperte in tecnologia

Da qui l'appello che l'Unesco ha lanciato a Apple, Amazon e Google: è ora di cambiare. In collaborazione con il governo tedesco e con la Equals Skills Coalition, l'agenzia dell'Onu per la cultura ha pubblicato uno studio intitolato «Se potessi, arrossirei», la risposta standard di Siri quando riceve un insulto. «Il frutto di un lampante squilibrio di genere nel settore tecnologico», aggiunge l'agenzia. Solo il 6 per cento degli sviluppatori di software è donna. Fuori dalla programmazione, ma dentro le macchine con la voce. Il che sarebbe da evitare, raccomanda lo studio. Non è detto che l'assistente vocale debba essere comunque una lei. Niente più insulti basati sul genere nei programmi. Il che non basta: fino a quando le ragazze, in gran numero, non si lanceranno nell'intelligenza artificiale, il mondo tecnologico sarà a misura di uomo pur parlando con voce femminile. Ecco allora che l'Unesco incoraggia le donne a diventare esperte di tecnologiche avanzate in modo da poter dare il loro contributo all'AI.

LA SUBALTERNITÀ
«Macchine passivamente obbedienti con voci di donne entrano nelle nostre case, nelle nostre auto e nei nostri uffici. La loro sottomissione influenza come la gente reagisce alle voci femminili e come le donne si esprimono», osserva Saniye Gülser Corat, direttore della parità di genere all'Unesco. Insomma, Siri, Alexa e Google Assistant possono alimentare atteggiamenti di subalternità. Ci vorrebbe una voce neutra, da robot, nè uomo nè donna. Ci ha pensato un network creativo anglo-americano, Virtue Worldwide, in collaborazione con la ricercatrice danese, Anna Jorgensen, che di recente lanciato la prima voce artificiale senza identità di genere. È stata battezzata Q. Per crearla sono state registrate le voci di 5 persone che rifiutano un'identità sessuale, poi manipolate e compresse a tonalità in una banda di frequenze che oscilla attorno ai «neutrali» 153Hz. I creatori di «Q» hanno lanciato un appello ai colossi del tech perché adottino la loro voce. Da diffondere ovunque: dagli smartphone alle stazioni della metro.
Una volta risolto il problema della voce, resta quello della programmazione ancora tutta al maschile. «Le donne si stanno tirando fuori dalla rivoluzione del secolo», avverte Paola Velardi, professore ordinario di Informatica alla Sapienza. Le studentesse dei primi anni in quella facoltà sono appena il 7 per cento. E poi ci meravigliamo se Siri parla così.

 
Mercoledì 22 Maggio 2019, 18:49 - Ultimo aggiornamento: 24 Maggio, 08:53
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