Lo scrittore Matteo Grandi: «Il dilemma dei social, strumento pericoloso ma è impossibile farne a meno»

Mercoledì 18 Novembre 2020 di Matteo Grandi*
Foto Getty

Farne a meno è impossibile. Fino a un po’ di tempo fa poteva ancora capitare d’imbattersi in qualche anticonformista fiero di rivendicare la propria avversione ai social: l’assenza di un profilo Facebook o Instagram come cifra identitaria. Tempi andati. Oggi le statistiche ci raccontano un’altra realtà: gli italiani che non usano uno smartphone per andare su internet sono appena l’8%, in compenso controlliamo il nostro cellulare in media 221 volte al giorno; più della metà (55%) dei giovani di età compresa tra 16 e 24 anni ammette di controllare il proprio smartphone nel cuore della notte; il 79% dei possessori di un telefonino controlla il proprio apparecchio non più tardi di un quarto d’ora dopo essersi svegliato, ogni mattina.

QUOTIDIANITÀ

Se non è dipendenza, poco ci manca. E nel mentre i social sono diventati nuovi media a tutti gli effetti. Hanno scandito l’ultima campagna elettorale Usa, hanno veicolato il messaggio del movimenti #BlackLivesMatters, hanno orientato opinioni, sono stati centrali nella vicenda Covid, e – secondo alcuni analisti politici – in Italia sono diventati addirittura strumento di test utilizzato dal Presidente del Consiglio prima di emanare i famigerati Dpcm (da cui la ormai celebre, quanto discutibile, tecnica della fuga delle bozze per testare la reazione social e aggiustare il tiro di conseguenza). I social sono parte integrante della quotidianità ed è semplicemente impossibile farne a meno. Da qua transitano le notizie, le comunicazioni istituzionali dei politici, le foto delle persone a noi care, i momenti di incontro e di condivisione con amici e conoscenti (a maggior ragione ora che la nostra socialità tradizionale è sospesa e ridimensionata). Certo, da qua passa anche una quantità incredibile di fake news; e il livello di saturazione rispetto alle bufale è tale che stiamo assistendo all’apertura di un nuovo capitolo nella storia della comunicazione mainstream: la censura dei politici da parte delle piattaforme in caso di post non veritieri. Giusto? Sbagliato? Di sicuro molto pericoloso. Perché quando qualcuno con un potere forte come quello dei colossi del web si innalza a censore i rischi per la democrazia iniziano a essere elevati. Anche se chi censura è animato dalle migliori intenzioni, anche se le fake news sono un veleno che inquina il dibattito, la risposta alla disinformazione non può essere un “tribunale della verità” incarnato da un soggetto privato: così non si migliora il dibattito ma si creano i presupposti per una realtà dai risvolti inquietanti.

Del resto le fake news politiche si potrebbero contrastare senza censura ma ricorrendo a una contro-narrazione credibile, al fact-checking, alla denuncia. Ben sapendo che rischiano di essere tutte armi spuntate in un mare di disinformazione cavalcata con cinismo da tantissimi politici. Certo, la rete è ancora oggi lo strumento migliore per fare le pulci al potere, per dare voce ai più deboli, per raccontare verità scomode, ma in troppi, soprattutto ad alti livelli, ne fanno un uso scorretto. Un grande caos nel quale gli utenti fanno fatica a orientarsi, pur avendo la rassegnata consapevolezza che, nonostante le infinite derive, staccarsi dai social sta diventando impossibile. “Nec sine te nec tecum vivere possum”, per dirla con Ovidio. Il tutto senza dimenticare che oltre alla dipendenza da social e alla infodemia che pervade le piattaforme, c’è un altro aspetto scivoloso nel nostro rapporto con Facebook & co. Aspetto raccontato abbastanza lucidamente dal documentario di Netflix “The Social Dilemma”: ovvero le delicatissime implicazioni etico-sociali della tecnologia e che anche grazie alla sovrapproduzione di disinformazione manipola gli utenti con lo scopo di generare profitti. Senza contare che nel nostro rapporto con i social entrano in gioco due temi enormi come profilazione e big-data. Di fronte ai quali oggi gli utenti sembrano totalmente inermi. E forse il vero dilemma è proprio questo: come razionalizzare l’uso di uno strumento che rappresenta a un tempo il più grande potenziale per la vita delle persone (in termini di connessione, interazione, informazione, new business) e al tempo stesso il pericolo più insidioso.

*scrittore e autore tv

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

LE BUONE REGOLE

1 - La ricetta per una digital detox

Letteralmente si dice “disintossicazione digitale”. Un’operazione che si pratica astenendosi dall’utilizzare smartphone, computer e connessione. Ovviamente eliminare il digitale dalle nostre vite oggi è impensabile oltre che impossibile, ma possiamo ritrovare un equilibrio – e insieme a questo attenzione e concentrazione – concedendoci dei periodi di pausa mirati e forzati in cui staccarci da qualsiasi forma di connessione. 

2 - Non condividere se non si è sicuri della veridicità del post

Riconoscere le fake news non è mai semplice. Nel flusso di informazioni dalle quali siamo bombardati è difficile riconoscere il vero dal falso, vuoi perché spesso la fruizione è veloce e superficiale, vuoi perché le reazioni a certe notizie sono emotive prima ancora che razionali. Ma se riconoscere le bufale non è sempre così facile, è facilissimo non rendersi complici della loro diffusione: basta non condividere mai notizie se non si è avuto modo di verificarne la veridicità.

3 - Attenzione agli scivoloni: mantenere la reputazione digitale

È vero: in rete tutto è amplificato e tutto passa alla velocità della luce. Ma il nostro valore online è determinato esclusivamente della nostra reputazione. Avere un profilo credibile, non lasciarsi andare a scivoloni né a uscite infelici che ledano la nostra immagine è importantissimo. Perché gli errori in rete si dimenticano ma non si cancellano mai e potrebbero essere riesumati e utilizzati contro di noi in qualsiasi momento.

4 - Navigazione in incognito per evitare il “tracking”

Quando visitate un sito internet, il browser mostra una serie di informazioni su di voi e sulla vostra cronologia di navigazione in rete. Le aziende che si occupano di marketing usano queste informazioni per farvi arrivare annunci pubblicitari mirati: è la cosiddetta “profilazione”. Per evitare questa forma di violazione della privacy potete ricorrere a una modalità di navigazione in incognito, naturalmente dotandovi di tool specifici.

5 - Occhio alle App: il consenso solo per i dati indispensabili

Quando installate nuove applicazioni sul vostro smartphone, cercate sempre di fare attenzione alle funzioni che scegliete di attivare oppure che sono attivate di default. Molto importante è non dare il consenso all’accesso a dati o strumenti non strettamente indispensabili a garantire la funzionalità delle relative applicazioni, come ad esempio l’accesso al microfono, alla fotocamera e soprattutto alla geolocalizzazione.

 

 

Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 13:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA