Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c'è obbligo di denuncia

Mercoledì 18 Dicembre 2019 di Franca Giansoldati
Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c'è obbligo di denuncia

CITTÀ DEL VATICANO Trasparenza e collaborazione: sono le due chiavi per capire il nucleo della decisione storica del Papa. Si tratta di una mossa che va a modificare l'ordinamento canonico sul segreto pontificio per rendere più efficace la lotta alla pedofilia e alla violenza. Il che significa che se la legge civile di uno Stato prevede l'obbligo di denuncia da parte del vescovo, nessuno potrà trincerarsi più dietro il segreto pontificio e non potrà più insabbiare i casi negando a chi la chiede la lettura di documenti contenuti negli archivi necessari a fare luce sul caso di molestie.

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PROSPETTIVA
È come se il Papa avesse predisposto una sorta di cinghia di trasmissione tra le autorità civili e quelle ecclesiastiche per abbattere i muri di gomma del passato, facendo salvo solo il segreto della confessione, che resta inalterato. I canonisti spiegano che il Papa ha voluto sostituire l'atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali con un atteggiamento nuovo, di sana collaborazione. Ma riguardo a queste inchieste cosa accade oggi in Italia? Se in tanti Paesi esiste l'obbligo di denuncia da parte dei vescovi degli abusi commessi da ecclesiastici, in Italia i vescovi sono solo moralmente impegnati a collaborare.
Ancora nel 2012 la Cei in un vecchio documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» affermava di essere esonerata dall'obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e di non avere l'obbligo giuridico di denunciare all'autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto di vista strettamente giuridico si basa sul quarto comma dell'articolo 4 del Concordato del 1984, e sugli articoli 200, 25 e 331 del Codice di Procedura Penale italiano: di fatto ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero. Sul tema della pedofilia, a parte rari interventi da parte del mondo politico, nessun partito si è mai fatto seriamente carico di cambiare le disposizioni in materia e avviare un percorso in grado di portare ad una revisione pattizia dell'articolo 4. In Italia, due anni fa, il deputato grillino Matteo Mantero aveva presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali fossero gli elementi statistici «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto».

PATTI LATERANENSI
Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo dell'epoca «nell'ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». La Cei, che tra tutte le conferenze episcopali italiane in materia di lotta agli abusi è sempre stata il fanalino di coda dell'Europa, non ha mai pubblicato nessuna statistica e, ancora oggi, alle conferenze stampa, ai giornalisti risponde infastidita che i numeri sono bassi, i più bassi d'Europa. Quanto siano bassi, però, non è dato sapere, così come è impossibile conoscere che fine abbiano fatto i preti pedofili processati dai tribunali ecclesiastici. A questo si aggiunge che ci sono diocesi come Milano, Napoli, Genova, Lecce, Savona sulle quali pendono pesanti sospetti di insabbiamenti e gestioni poco trasparenti di casi di abusi.

Ultimo aggiornamento: 10:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA