Dracula a Napoli, il mistero storico può essere svelato da un'iscrizione: «Aiutateci a decifrarla e a restaurarla» | Video

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di Marco Perillo





La piccola lama stacca minuziosamente uno strato d’intonaco grigio, poi un altro e un altro ancora. L’incedere del bisturi, stretto tra le mani sapienti del restauratore, è delicato. Dalla parete scrostata spuntano pian piano i contorni nitidi di lettere scure, dipinte secoli fa. Si fa a fatica a trattenere l’emozione di fronte allo svelamento di quei caratteri neri, scritti in una lingua che gli studiosi fanno fatica a decifrare.







Siamo nel complesso francescano di Santa Maria La Nova, nel cuore del centro storico di Napoli. Ci troviamo all’interno della cappella di San Giacomo della Marca, su una cui parete è impressa una misteriosa iscrizione affrescata. L’epigrafe si trova esattamente alle spalle della tomba di Matteo Ferrillo, dove alcuni studiosi – i lucani fratelli Glinni – sperano di trovare i resti del mitico Dracula. La storia è ormai nota, dopo la notizia lanciata dal Mattino e diffusa in tutto il mondo: l’ipotesi è che il principe di Transilvania Vlad III Tepes, assediato dai turchi, sia stato portato nella città partenopea, sotto mentite spoglie, dalla presunta figlia Maria Balsa. Maria sposò Giacomo Ferrillo, figlio di Matteo, sul cui sepolcro vi è suggestivamente raffigurato un enorme drago, simbolo dell’ordine del dragone cui apparteneva Vlad.



Una storia ancora ricca di punti interrogativi, dei quali se n'è parlato ultimamente, un anno dopo le prime ricerche, in un convegno pubblico organizzato dall'associazione «Oltre il Chiostro» proprio a Santa Maria la Nova.



Mentre gli studi andavano avanti - proprio in questi giorni nel 1897, guarda caso, veniva pubblicato il celebre romanzo di Bram Stoker - qualche mese fa Francesco Manes, restauratore napoletano di 46 anni, ha provato a portare alla luce la parte restante dell’epigrafe situata in un angolo della cappella. Quell’iscrizione, fatta di lettere sbiadite e all’interno di una cornice dipinta, è infatti visibile almeno per la sua metà. Il resto è occultato da strati d’intonaco che con una tecnica “a secco” vengono giù svelando la parte mancante.



La pulitura effettuata da Manes ha eliminato – nei punti in cui è stato possibile – vari strati di intonachini e le pitture che hanno coperto l'originale. Una seconda fase più approfondita potrebbe togliere le polveri superficiali, dopodiché si può passare al consolidamento dell’intonaco e del colore, con un’integrazione pittorica dove quest'ultimo viene a mancare.



Lo svelamento dell’epigrafe - fu occultata apposta oppure è solo un caso? - sembra essere una parte fondamentale per le ricerche: la speranza è quella di trovare una data, o almeno qualche riferimento preciso a Vlad e a Napoli. Al momento l’iscrizione risulta essere di difficile interpretazione. E’ stata sottoposta all’attenzione dei migliori docenti delle Università partenopee. Le lettere sembrano di matrice balcanica, ma l’enigma non è stato risolto. Per gli studiosi non si tratta di un alfabeto slavo, né glagolitico croato angolare, né glagolitico bulgaro-macedone rotondo, neanche cirillico. Non è si tratta del copto e nemmeno di aramaico. Probabilmente è un “codice” da svelare, che racchiude chissà quale segreto.



«Molto probabilmente siamo di fronte a un unicum – commenta il direttore di Santa Maria la Nova Giuseppe Reale – che potrebbe far luce sui rapporti stretti tra la Napoli aragonese e l’area balcanica tardomedievale. Si tratta di un reperto storico, da datare e da restaurare. Per i restauri occorreranno almeno 5mila euro. E’ per questo che lanciamo un appello a chi, pubblico o privato, voglia darci una mano. Un gesto di attenzione per chi crede ancora nella cultura in questa città».
Venerdì 10 Ottobre 2014, 22:33
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1 di 1 commenti presenti
2016-01-12 10:30:30
Bisogna usare,come chiave,la lingua di Partenope.

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